Il PNRR e i dazi
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)
La panacea di tutti i mali, il nuovo Piano Marshall, la nuova Europa democratizzata che elargisce sogni senza condizioni. Queste, in sostanza, le trionfanti dichiarazioni, col governo Draghi divenute bipartisan, sul PNRR. Un Piano di tal portata rivoluzionaria da proteggere nei secoli dei secoli la vecchia Europa, finalmente al di fuori dalle strettoie dell’austerità.
Come sempre accade nell’era del totalitarismo dei mercati le più sfacciate menzogne giornalistiche, le più ardite fake news diffuse come Verbo dal complesso militare industriale capitalista e dai suoi cortigiani, non possono essere sbugiardate con la stessa enfasi di quando furono proclamate. Il PNRR è tutt’altra cosa da quella a noi raccontata nei pressi della pandemia.
Le condizionalità ovviamente esistono perché rappresentano il fondamento del funzionamento dell’Unione. I prestiti vogliono riforme compatibili con la supremazia dei mercati e dei privati, marchingegni istituzionali perché la modernizzazione delle istituzioni sia accompagnata dall’intervento diretto degli investitori che hanno diritto a margini considerevoli. Questo ci dice il PNRR.
Ma ci dice anche che il potere di direzione e di controllo in mano alla Commissione Europea è aumentato a dismisura – non che prima fosse inconsistente – così da verticalizzare in senso post-democratico ancor di più i meccanismi vincolanti della decisione politica. E questo sovraccarico di funzioni affidate alla Commissione serve, come sempre, a coadiuvare le forze di mercato slegandole dal controllo antipatico della democrazia.
Facile intuire dunque che il PNRR non ha rappresentato alcuna svolta bensì una riproposizione camuffata del medesimo modello economico e sociale costituzionalizzato dai Trattati di Maastricht e Lisbona, con l’inganno argomentativo dell’ammodernamento delle strutture tecnocratiche. Nazionalizzare i settori strategici industriali resta una sonora bestemmia, anche col PNRR.
Ma la ripetizione identica del medesimo disegno ideologico ormai divenuto concetto aprioristico del nuovo totalitarismo che non sa che farsene delle vecchie braccia tese se non quando c’è da guerreggiare contro la Russia, rende la von der Leyen, nelle trattative con gli USA sui dazi, non la rappresentante degli interessi dei popoli europei, ma la CEO di un gruppo definito di investitori che speculeranno sulle nuove condizioni di mercato.
Ed è a quella consorteria che la tecnocrazia europea guarda quando straparla di risposte, di contro-dazi, di spirito europeo, di valori comuni. Ed è il motivo per cui ci si genuflette, apparentemente, nei confronti del padrone assicurandogli acquisti di armi e di energia. Apparentemente perché non esiste alcuna genuflessione ma un preciso mandato politico che rappresenta, da sempre, il cuore della costruzione europea: smantellare democrazia sociale e costituzioni, corpi intermedi e giustizia al fine di legittimare il profitto di pochi e la guerra di domani.
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