Tanti auguri, Mano de Dios
DA LA FIONDA (Di Matteo Parini)

“Che si fottano i Lloyd’s di Londra!”, disse Dieguito prima di gettarsi nel pantano di Acerra. Primavera 1985. Maradona è già all’apice della carriera, tanto che dodici mesi più tardi andrà a prendersi un Mondiale praticamente da solo. Quello della Mano de Dios, dello schiaffo post-Malvinas agli inglesi — perché lo sport è anche politica — e della serpentina più iconica della storia del calcio. Il Napoli di Ferlaino, che qualche anno dopo vincerà il suo primo storico scudetto nonostante il Milan degli olandesi, sta rischiando grosso. Lo spettro della Serie B incombe e il presidente non è tanto dell’idea che i suoi giocatori possano rischiare di farsi male proprio adesso, magari partecipando a una partita di beneficenza.
Il problema lo solleva Pietro Punzone, calciatore anch’esso. Il figlio di un tifoso del Napoli ha bisogno di un intervento chirurgico urgente, costoso e insostenibile per le umili tasche del padre. Ferlaino, appunto, sbraita, ma l’idea della partita per la raccolta dei fondi giunge all’orecchio di Diego. A Buenos Aires, nemmeno troppi anni prima, Maradona era uno dei tanti bambini inchiodati da una società ingiusta alla lotta per la sopravvivenza quotidiana, con la difficoltà di mettere insieme pranzo e cena quale evenienza che gli resterà appiccicata addosso per la vita. I bambini sono bambini, a Napoli come in qualunque angolo del pianeta e in un amen, senza voler sentire ragioni, è al centro di un campetto di periferia che si allaccia gli scarpini mentre Giove Pluvio si diverte dall’alto.
Mano al portafoglio, per pagare da sé la clausola assicurativa, la sua presenza sul rettangolo di gioco fa di quella surreale partita, con uno dei più grandi giocatori di ogni epoca a sputare l’anima su un impraticabile campo intriso d’acqua e fango, un pezzo di storia calcistica, oltre che di genuina solidarietà. Sono diecimila le anime assiepate sulla sgangherata tribuna che potrebbe ospitarne sì e no la metà e sono venti i milioni di vecchie lire raccolti dagli ingressi che salveranno il bambino. Maradona, che per la narrazione occidentale a reti unificate fu sostanzialmente un poco di buono, un drogato, un cattivo esempio perché mai disposto a prestarsi alle dinamiche losche di palazzo e, ancor peggio per i suoi detrattori, perché sempre schierato dalla parte degli ultimi, fu al contrario depositario di un’abbacinante umanità. In una società che criminalizza chi, della barricata, sceglie il lato scomodo dei popoli e non quello agiato dei potenti, Maradona, un uomo che ha commesso i suoi errori come tutti quanti noi, fu fonte di ispirazione e speranza. E non solo per quel meraviglioso pomeriggio ad Acerra.
Superfluo soffermarsi più di tanto sul campione. Viene da sorridere al pensiero che giocatori odierni, di un calcio che ha smesso di essere lo sport di allora, possano essere paragonati. Difensori arcigni, eufemisticamente parlando, dediti più alla cura delle caviglie avversarie che della palla. Arbitri che tollerano l’attitudine brutale nei contrasti. Playground impraticabili per genesi e per la gioia dei fisioterapisti. Eppure, in tutto ciò, Diego fu imprendibile, nell’epoca più complicata possibile per chi sulla maglia avesse impresso il numero dieci nutrendosi di pane ed estro. Nonostante una condotta extracalcistica, diciamo, tribolata.
Molto più affascinante, quindi, è il ricordo dell’uomo Maradona. Voce e volto di ogni popolo in lotta, granello di sabbia nei meccanismi di potere, esempio concreto di riscatto sociale. I suoi amici fraterni, non a caso, furono Fidel Castro, Evo Morales, Hugo Chávez. Gigante tra i giganti. Sinonimi in carne e ossa di antimperialismo militante, quindi anch’essi invisi all’establishment mondiale, e con loro si adoperò senza riserve per la causa dell’amata America Latina. Contro l’embargo criminale a Cuba, denunciando le intromissioni sanguinarie nel continente latino che rimbalza da un golpe all’altro o, ancora, denunciando la pirateria dei Bush e degli Obama insieme alle loro bombe umanitarie foriere di morti innocenti. Quando avrebbe potuto fare scelte di vita più conservative, preoccupandosi soltanto di non inimicarsi nessuno ai piani alti della società profittocentrica dei signorsì. Invece no. Lo stesso spirito per il quale Diego rimase fedele a Napoli ed ai napoletani benché ricevesse senza soluzione di continuità la corte serrata dai club più ricchi, più potenti, più vincenti al mondo. Nulla in confronto al privilegio di poter ricambiare l’amore di una città che vedeva in lui una fonte di rivalsa, un grimaldello per scardinare le ingiustizie.
Per questo motivo, non ha senso limitarsi a celebrare gli almanacchi, i successi e le statistiche di una carriera comunque eccezionale. Maradona, piuttosto, ha incarnato il gioco del calcio nella sua forma ancestrale, quella più pura, senza essere relegato a mera appendice dorata della propria esistenza. Il calcio, pertanto, come strumento al servizio degli ultimi del pianeta e non macchina da petrodollari; il calcio quale formidabile cassa di risonanza in grado di veicolare un messaggio il più possibile internazionalista, contro ogni forma di prevaricazione sociale. Diego, investito da Madre Natura di una forma purissima di talento, ha sempre usato l’immensa popolarità costruita dando del tu al pallone per arrivare fino agli angoli più nascosti, impervi e dimenticati. Il barrio del mondo, la sua casa.
Proprio lì, nei quartieri degradati che pullulano di umanità e lacrime, dove pensare al domani è da eroi e giustizia è soltanto una parola vuota sul dizionario, Diego Maradona – che oggi avrebbe spento sessantacinque candeline – non è mai morto. Vive sui muri che ancora lo ritraggono, vive per le strade affollate, vive sui campi da calcio più sperduti, vive nell’immaginario collettivo. Soprattutto, vive nei bambini che, al pari di lui, provano a darsi un futuro diverso da quello che gli è stato scritto. Magari inseguendo un pallone.
Tanti auguri Diego, ovunque tu sia.
FONTE: https://www.lafionda.org/2025/10/30/tanti-auguri-mano-de-dios/





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