Politicamente corretto e intransigenza
di FERDINANDO PASTORE (Pagina Facebook)
Entro in un terreno di discussione molto accidentato perché trovo scabroso e insolente pubblicare conversazioni private confidenziali. In quei contesti ognuno di noi, nessuno escluso, utilizza un linguaggio tagliato con l’accetta, privo di sofismi e di arzigogoli, che definisce un giudizio o una qualsiasi presa di posizione con elementi di surrealtà, di enfatizzazione e di volgare schiettezza. In più ci troviamo di fronte a un caso giudiziario, tutto ancora da verificare e da soppesare, che riguarda tre giovani femministe, di cui una è stimabile saggista. Tralascio dunque gli aspetti legali della vicenda che, spero senza troppe enfatizzazioni a mezzo stampa, saranno oggetto delle indagini e delle strategie di difesa. In più, si può affermare con certezza che i giornaloni mainstream diano così tanta eco alla questione perché è stato rintracciato il reato di lesa maestà nei confronti di Mattarella, di Cecilia Sala o di Michela Murgia. Ciò che mi preme sottolineare, però, è il costume sociale emerso in questa gazzarra interpersonale che mi sembra indicativo di tendenze più generali.
Sembra difatti che il caso in questione possa essere emblematico di una dinamica tipica dei gruppi identitari; quelli, per intenderci, non tenuti insieme da una visione politica generale che abbraccia la contrapposizione verticale della società. Sono gruppi spesso sorretti da un orgoglio inacidito dove si pensa di aver trovato la pietra filosofale da cui tutto discende. La lotta interclassista al patriarcato globale è sicuramente una di esse. Questi agglomerati si organizzano tenendo conto di un galateo comportamentale, definito “politicamente corretto”, che separa in partenza un noi e un loro. Un noi composto da vittime e un loro da carnefici. Ma con gli altri, in questo caso, non può esservi alcun rapporto dialettico, perché nessuno può comprendere in nessun modo l’esperienza traumatica della vittima, che è tale anche in via astratta in quanto appartenente a un genere, a un’etnia o a una qualsiasi condizione esistenziale. Il grado di separazione è netto, per cui per gli estranei quel politicamente corretto può facilmente rovesciarsi in vero e proprio squadrismo sociale, in espulsione inappellabile, in pettegolezzo ideologico, in diffamazione ostentata, sadica ma soprattutto moralizzata.
Questo tipo di atteggiamenti possono trasformarsi in chiacchierata disinvolta e autoindulgente: il linguaggio politicamente corretto stabilisce una rigidità aprioristica, un’irremovibilità ideologica che non contempla alcuna comunicazione con chi è fuori dal giro. Si avvera così nel suo contrario quando la tortura psicologica diventa mezzo di persuasione per chi non comunica con i canoni estetici del gruppo. Questa spinta all’efferatezza si esalta con la mentalità individualista del nuovo attivismo postmoderno connesso alla Rete, alle chat, ai flash mob, all’inglesizzazione delle mansioni. Content creator, influencer digitale, indicano una spoliticizzazione di fondo rispetto ai vecchi incarichi dei militanti di partito che sfidavano l’ostilità ambientale delle sezioni di provincia per fregiarsi del titolo di “quadro”. Non si assolve più a una funzione ma a una insaziabile aspirazione che spesso si dissolve in pochi attimi. Il tempo del nuovo attivismo identitario è consumato dall’eterno presente, è concentrato sul proprio arrivismo, sulla propria popolarità numerata in classifica dai followers, sulla freschezza e sulla vivacità intellettuale del proprio capitale sociale che sa affollare gli eventi.
Non si fa altro che riprodurre in scala ciò che i cosiddetti personaggi pubblici fanno comunemente. Proprio perché anche quel contesto è sorretto da piccoli agglomerati chiusi, ermetici, che ricalcano le dinamiche del clan. Così vivono il personale politico parlamentare, lo star system della spettacolarizzazione mediatica e i circoletti della mondanità letteraria generalmente sovraesposti su Robinson di Repubblica e nelle giurie dei festival. L’antagonismo politico diventa passatempo patinato a imitazione dilettantesca del professionismo salottiero della nostra vita politica, sociale e culturale e del nostro decadimento umano. Un declino antropologico che, in tutta sincerità, spaventa e che dovrebbe far riflettere i tanti compagni affascinati dall’impeto assolutistico delle cause civili americanizzate. Difficilmente si coniugano poi con l’orizzonte della lotta di classe, della giustizia sociale e con la durata dell’impegno.





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