Dallo Yemen al Sudan alla Somalia, uno scontro tra opposte regie
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Filippo Bovo)

Dallo Yemen meridionale alla Somalia e al Somaliland, fino al Sudan, in tutti questi anni una regia israelo-emiratina ha agito sopravvalutando le sue forze e sottovalutando i suoi avversari. Oggi i suoi disegni egemonici sembrano sgretolarsi come un castello di sabbia, sotto i colpi di paesi che non vogliono ritrovarsi al centro di progetti neocoloniali condannati dalla storia.
Aidarous Al Zubaidi, capo delle milizie del Consiglio di Transizione del Sud (Southern Transitional Council, STC, sino a pochi giorni fa sostenuto dagli EAU contro il Consiglio di Presidenza di stanza ad Aden, unico governo yemenita internazionalmente riconosciuto, appoggiato dall’Arabia Saudita), ha abbandonato ormai da ore lo Yemen meridionale riparando ad Abu Dhabi, dopo un breve scalo a Berbera, in Somaliland. All’ultimo momento le autorità emiratine gli hanno ordinato di non far scalo a Riyad, nel timore che possa confessare ai sauditi di non essere la vera mente dei recenti atti terroristici in Hadramout (che hanno scatenato la reazione saudita contro STC ed EAU di pochi giorni fa, col bombardamento del porto di Mukalla e l’ultimatum a sospendere i loro rapporti), quanto il semplice esecutore di precisi ordini effettuati sotto la loro stessa regia. Dopo anni di strategia congiunta con Israele dallo Yemen del sud al Somaliland, dal Sudan ad altre aree tra Africa e Medio Oriente, gli EAU si ritrovano ora in una congiuntura regionale sempre più scomoda. EAU ed Israele hanno infatti ampiamente sottovalutato la possibilità che Riyad potesse reagire, con conseguenze oltretutto tanto distruttive per i loro piani. In pochi giorni, praticamente, anni di lavoro israelo-emiratino per estendere un’influenza sullo Yemen meridionale sono stati rovesciati da un bombardamento e da un ultimatum delle autorità saudite. Oltre a sottovalutare l’ipotesi di una reazione saudita, emiratini ed israeliani hanno sopravvalutato anche la loro effettiva capacità di penetrazione nella regione; e ora il loro lungo e costoso lavoro si sgretola come un castello di sabbia o, se preferiamo, evapora come un ingannevole miraggio nel deserto. Un miraggio di facili egemonie di stampo neocoloniale.
Nel mentre, anche il parallelo lavoro israelo-emiratino in Sudan e Somaliland è destinato a sgretolarsi sempre di più. I Presidenti dei due paesi, il sudanese Abdel Fattah al-Burhan e il somalo Hassan Sheikh Mohamoud, si sono incontrati col Principe Ereditario Mohammed bin Salman, e i rappresentanti della diplomazia saudita nel frattempo tirano per le orecchie il Presidente Trump e il suo staff affinché comincino a rivedere la loro politica di troppa “accondiscendenza” verso Israele ed EAU nella regione. Ci sono forti pressioni che giungono ormai da più parti, anche da altri attori sia regionali che esterni ma la cui parole per alcuni destinatari sono assai difficili da ignorare. In Etiopia, ad esempio, è atterrato il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Se all’Unione Africana (il cui quartier generale ha sede ad Addis Abeba) Wang Yi presiede al lancio dell’Anno Cina-Africa degli Scambi tra Popoli, parte del piano FOCAC 2024-2027, con l’Etiopia invece discuterà oltre che dei progetti infrastrutturali esistenti (come la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, che non ha centrato le aspettative per volume di merci e passeggeri, ed oggi appare ulteriormente messa in crisi dal governo etiopico per via del suo inasprimento dei rapporti con Gibuti, nonché Somalia ed Eritrea, per ottenere un accesso diretto al mare) anche della questione somala-somalilandese. Le ingerenze etiopiche nella questione, condotte con Israele ed EAU, non sono infatti di grande beneficio per la stabilità regionale; e così pure per chiunque vi abbia sin qui abbondantemente investito.
In seguito, il Ministro si recherà proprio in Somalia, a Mogadiscio, prima volta per un capo della diplomazia cinese dagli Anni ’80, per ribadire il pieno sostegno all’unità politica somala. Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele mette a serio rischio non soltanto la stabilità del Corno d’Africa e delle rotte lungo il Golfo di Aden e il Mar Rosso, ma può dar vita a precedenti molto pericolosi per il futuro: non a caso Taiwan ha subito accolto la mossa israeliana con grande entusiasmo. Il sostegno all’unità somala è per la Cina un fattore prioritario, e per la Somalia è un “incasso” davvero di primo livello, in un momento in cui altri, facendo strame del diritto internazionale, hanno pensato di “fare i conti senza l’oste” coi suoi territori. Al Consiglio di Sicurezza ONU, l’ambasciatore cinese Sun Lei, ricordando che il “Somaliland è parte integrante della Somalia”, ha invitato Israele a revocare il riconoscimento per non “aprire la porta ad ulteriori tensioni”. Nel mentre, a Mogadiscio non solo la Cina, ma anche la Turchia e l’Egitto rafforzano la presenza militare.
L’ingresso di grandi attori come Arabia Saudita e Cina, preceduti da altri come l’Egitto, sono l’effetto del caos seminato nella regione da attori come EAU ed Israele, sostenendo le RSF (Rapid Support Forces) in Sudan o il governo separatista del Somaliland, in mano al clan degli Isaaq e facendo perno sulla complicità di un governo locale come quello etiopico del PP (Prosperity Party) di Abiy Ahmed. Il Presidente eritreo Isaias Afewerki, nel corso del suo recente incontro col Principe ereditario saudita a dicembre, aveva posto l’accento sull’assenza dell’Arabia Saudita dalla regione dinanzi ad appetiti egemonici che la stavano devastando, e che in ultima analisi si sarebbero sostanziati proprio in una minaccia mortale per Riyad stessa. Di conseguenza, la forte risposta che oggi Riyad avvia dallo Yemen meridionale al Sudan (dando vita ad una vera e propria morsa al cui centro si trovano Somalia e Somaliland, dove ugualmente Riyad supporta energeticamente l’unità somala al fine di espellere l’influenza di Abu Dhabi e Tel Aviv), può venir letta come una “compensazione”, forse spropositata ma a questo punto pure necessaria, ad anni di non sufficiente presenza. Una sorta di “rialzo della qualità”, che riguarda anche un altro grande partner come Pechino, a cui guarda caso con un suo comunicato ufficiale Asmara ha prontamente fatto riferimento, non appena è divenuta di pubblico dominio la notizia del riconoscimento da parte israeliana del Somaliland.
Per molto tempo, in questo grande caos alimentato da EAU ed Israele col supporto etiopico dal Sudan alla Somalia sino allo Yemen, Asmara s’è posta come unico bastione di stabilità. La sua diplomazia, lavorando fittamente, è riuscita nel tempo a provare ai governi di paesi come Egitto ed Arabia Saudita l’unità che caratterizzava quel caos solo in apparenza “disordinato” ed endogeno nelle origini. Il lavoro congiunto contro quella regia permette oggi di rovesciarla, smontandola pezzo per pezzo. Da tempo, per esempio, Asmara svolge un prezioso lavoro al fianco del governo sudanese contro le RSF: in principio soprattutto di stampo diplomatico ed umanitario, in seguito anche di supporto d’intelligence e militare. Quel lavoro, esperto e sapiente, ha conosciuto nel tempo un crescendo che ha portato sempre più le RSF ad arretrare a vantaggio dell’esercito sudanese (SAF). Qualcuno potrebbe pensare ad un conflitto parallelo tra Etiopia ed Eritrea in Sudan, la prima affiancata da EAU ed Israele, la seconda da Egitto ed Arabia Saudita, ma in realtà sarebbe una fuorviante semplificazione ad uso e consumo di certa narrazione occidentale poco partecipe dei contesti e delle proporzioni locali: in realtà ciò che è in ballo è salvaguardare una vasta regione dalla Valle del Nilo al Corno d’Africa fino alla Penisola Arabica da una strategia del caos a guida israelo-emiratina che mira alla sua polverizzazione, con la nascita di nuovi stati a riconoscimento parziale dal Darfur e Kordofan fino al Somaliland e allo Yemen meridionale. Un progetto indubbiamente diabolico, a cui una regia neocoloniale ha lavorato per anni, ma che oggi, come già ricordavamo, si sta sgretolando come un castello di sabbia in un deserto di appetiti egemonici fuori dalla storia.
#TGP #Africa #Geopolitica
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