MOSCA, 19 gennaio — RIA Novosti,
di Viktor Zvantsev
Da oltre un anno e mezzo, le autorità ucraine tengono in carcere il Metropolita Arsenij, abate della Lavra di Svyatogorsk, con un pretesto artificioso. Le condizioni del prelato peggiorano di giorno in giorno, eppure Kiev e Bruxelles fanno finta di nulla.
Gli avvocati che rappresentano il religioso presso le organizzazioni europee hanno riferito a RIA Novosti della situazione.
Un caso concepito dal nulla
Il Metropolita Arsenij (nome laico Igor Yakovenko) è stato arrestato nell’aprile 2024 e immediatamente trasferito in un centro di detenzione preventiva a Dnipropetrovsk. L’SBU lo ha accusato di “diffusione d’informazioni sui movimenti, sugli spostamenti e sullo schieramento delle truppe ucraine” e di presunta “collaborazione con le autorità russe”.
Come pretesto un suo sermone: il vescovo accennò a dei volontari costretti a passare attraverso i posti di blocco per consegnare aiuti ai monaci. I servizi di sicurezza colsero l’occasione e iniziarono a sviluppare il caso. Il Metropolita nega ogni accusa.
Le condizioni del metropolita Arsenij sono peggiorate drasticamente durante la custodia cautelare, da molti anni soffre di problemi cardiaci. In autunno, ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico d’urgenza e alla fine di ottobre, il tribunale ha ordinato che il vescovo fosse posto agli arresti domiciliari. Tuttavia, dopo tale periodo è stato nuovamente arrestato dall’SBU.
Come riportato allora dall’Unione Ucraina dei Giornalisti Ortodossi, i servizi di sicurezza hanno ottenuto dall’ospedale un certificato attestante che il vescovo era presumibilmente in perfetta salute.
Il 6 dicembre, nonostante la richiesta dei suoi avvocati, il Tribunale Distrettuale Chechelovskij di Dnipropetrovsk ha prorogato la custodia cautelare del Metropolita di altri 60 giorni, fino al 3 febbraio. Durante l’udienza, il prelato 58enne ha avuto una crisi ipertensiva.
Risposta dell’UE
La Chiesa Ortodossa Ucraina (canonica e legata al Patriarcato di Mosca ndr.) ha ripetutamente chiesto il rilascio del Metropolita. I vescovi si sono anche appellati a Volodymyr Zelensky, dichiarando che tenere in custodia una persona gravemente malata senza adeguate cure mediche costituisce una violazione della Costituzione e delle norme internazionali, aa il capo del regime di Kiev è rimasto in silenzio.
Anche l’Europa è rimasta sorda alle richieste, almeno per ora. L’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani (ALU – Associazione Libera-mente Umani ndr.), con sede a Lugano, in Svizzera, ha presentato appelli a paesi e organizzazioni europee, in particolare a Papa Leone XIV e a Bruxelles (in concreto, alla rappresentanza dell’UE in Ucraina).
“Questo caso di trattamento discriminatorio nei confronti della Chiesa Ortodossa Ucraina canonica, sottoposta a una dura repressione in Ucraina, e la detenzione illegale del Metropolita Arseniy, sono contrari all’articolo 18, paragrafo 2, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948”, – ha spiegato a RIA Novosti Francesco Scifo, avvocato e membro dell’associazione – “Pertanto, sussistono seri dubbi sul rispetto dei diritti umani, tra cui la libertà di religione e di coscienza, garantiti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), di cui l’Ucraina è parte in quanto membro del Consiglio d’Europa”.
L’Ucraina, essendo un paese candidato all’adesione all’UE, si è inoltre impegnata a rispettare i criteri di Copenaghen, che richiedono il rispetto dei “diritti fondamentali, tra cui la protezione delle minoranze religiose e l’accesso a un giusto processo”. Ma questo non accade.
“L’arresto del metropolita Arsenij dovrebbe servire ad ostacolare l’adesione del paese all’Unione Europea” – continua l’avvocato – “La persecuzione di un religioso viola anche l’articolo 6 del Trattato sull’Unione Europea. Pertanto, ogni cittadino ucraino può presentare ricorso alla CEDU in merito alle suddette restrizioni della libertà di religione, dopodiché la Commissione Europea dovrà valutare tali restrizioni come un ostacolo al rispetto dei trattati”.
Tra tutti i destinatari, solo la rappresentanza dell’UE ha risposto, due settimane dopo dall’istanza:
“Abbiamo preso atto delle informazioni da voi fornite” – si legge nella lettera – “I diritti umani e le libertà, così come lo stato di diritto, sono al centro delle relazioni tra Unione Europea e Ucraina. Queste questioni sono al primo posto nella nostra agenda bilaterale in tutti i formati di dialogo e cooperazione. Allo stesso tempo, però l’Unione Europea e la sua rappresentanza in Ucraina non possono interferire con l’operato delle autorità nazionali ucraine”.
Casi che creano precedenti
Nonostante l’indifferenza dei funzionari europei, l’avvocato Francesco Scifo non è intenzionato ad arrendersi. Insieme all’attivista per i diritti umani Irina Vikhoreva, che vive in Italia, puntano al rilascio del Metropolita o, come minimo, al suo trasferimento agli arresti domiciliari.
C’è un precedente positivo. In passato si erano impegnati per liberare il minatore Denis Reznikov dalla prigionia ucraina, dove aveva trascorso più di due anni. Nel 2024, la CEDU aprì un procedimento contro le autorità ucraine: il prigioniero di guerra veniva torturato. Sua figlia nel contempo riceveva telefonate dall’SBU, col ricatto e l’intimidazione di fotografare installazioni militari. Nonostante le numerose prove (tra cui le registrazioni audio delle conversazioni), la Corte Europea “Non riscontrava alcuna violazione dei diritti umani”.
Reznikov è stato comunque fortunato ed è stato finalmente scambiato nell’estate del 2025.
Scifo e Vikhoreva sono inoltre riusciti a richiamare l’attenzione sulla persecuzione dell’attivista (ucraina) Elena Berezhnaya. Arrestata nel marzo 2022, con l’accusa di presunta collaborazione con i servizi segreti russi. Gli attivisti per i diritti umani chiesero il rilascio dell’anziana donna dalla custodia cautelare e presentarono un ricorso per suo conto alla CEDU, denunciando torture e continue pressioni.
“La CEDU riconobbe solo che Elena era stata detenuta illegalmente prima della sentenza” – afferma Vikhoreva – “Il resto del verdetto non le è stato favorevole. Inoltre, uno dei giudici che hanno esaminato il ricorso era originario dell’Ucraina”.
Tuttavia, nonostante la condanna a 14 anni di carcere, il tribunale ucraino, sotto pressione, ha modificato il regime cautelare e dal giugno dello scorso anno Berezhnaya è ai domiciliari a Kiev, anche se non può lasciare la capitale.
Gli attivisti per i diritti umani sperano che una comunicazione diffusa possa aiutare anche il Metropolita Arsenij. Nel frattempo, le sue condizioni stanno rapidamente peggiorando.





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