UCRAINA – “Si tratta ad Abu Dhabi, ma uno scontro Russia-Ue è ancora possibile”
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Max Ferrario, Marco Bertolini)

Negli Emirati ieri e oggi si vedono le tre delegazioni di USA, Russia e Ucraina. Europa assente. Ma c’è un tema rimosso di cui non si parla
Ieri e oggi si svolge ad Abu Dhabi, negli Emirati, il primo negoziato formale a tra Usa-Russia-Ucraina. Zelensky vanta un accordo con Trump per avere i missili Patriot, la Russia, dopo la prima giornata di colloqui, afferma che occorre tornare al “formato-Anchorage”, quello del summit tra Putin e Trump (agosto 2025) dal quale erano assenti gli ucraini. Sono affermazioni comprensibili, secondo Marco Bertolini, generale della Brigata Folgore e comandante di operazioni speciali in Libano, Somalia, Kosovo e Afghanistan, di sapore tattico: “entrambi i contendenti, Russia e Ucraina, mirano ad indebolire la controparte anche al tavolo dei negoziati”. Sui quali incombe, inamovibile, lo spettro dei territori contesi.
Bertolini allarga l’analisi. “Non siamo in una fase di transizione, siamo in una fase di rottura”, dice. Una rottura che riguarda l’ordine internazionale, il ruolo degli Stati Uniti, la marginalità europea e il rischio concreto di escalation selettive, non totali ma mirate.
In un momento in cui si parla molto di deterrenza e poco di realtà, Bertolini invita ad abbassare i toni, a smettere di dividere il mondo in buoni e cattivi e a prendere atto di un dato scomodo: l’Europa oggi non decide, subisce. E non esiste più nessun “angelo custode” pronto a proteggerla.
Ieri e oggi si svolgono negli Emirati negoziati ai quali partecipano le tre delegazioni, quelle di Stati Uniti, Russia e Ucraina. Può essere un punto di svolta o rischia di restare solo un annuncio politico?
Intanto va detto che è un momento oggettivamente nuovo. È la prima volta che le tre parti si incontrano a questo livello, non tecnico ma politico-strategico. In passato ci sono stati Minsk, la Turchia, tentativi che oggi nessuno ricorda più perché non hanno prodotto nulla. Qui invece si siedono interlocutori che hanno gli strumenti. E questo fa la differenza.
Cosa intende dire, concretamente?
Significa che al tavolo non ci sono osservatori, o mediatori deboli. Gli Stati Uniti fungono da raccordo, la Russia ha mandato un uomo dell’intelligence, il direttore del GRU. Questo significa che Mosca prende la cosa sul serio. Quando mandi l’intelligence, vuol dire che stai definendo linee rosse, non facendo retorica.
Eppure le posizioni restano lontane. L’Ucraina non vuole cedere territori, la Russia fa di questo il punto centrale. Come se ne esce?
Non se ne esce in tempi rapidi, chi lo promette racconta favole. Sul campo la situazione ucraina è critica: difficoltà tattiche, rete energetica devastata, blackout, una crisi interna che ha investito il vertice politico. In questo contesto, parlare è già un risultato. Ma le distanze restano enormi, soprattutto sul futuro dell’Ucraina.
Parliamo proprio di questo futuro. NATO sì o no?
Qui bisogna essere chiari: Putin lo esclude, e lo esclude anche la NATO, nei fatti. Non c’è unanimità nell’Alleanza. Pensare il contrario è propaganda. E poi ci sono le “garanzie di sicurezza” che Kiev pretende: chi le fornisce, come, con quali costi? Sono nodi che nessuno ha davvero sciolto.
Colpisce un dato: l’Europa è completamente fuori da questo tavolo. È una scelta o una conseguenza?
È una conseguenza di scelte precedenti. L’Europa si è auto-esclusa quando ha rifiutato per anni qualsiasi ipotesi di trattativa. Oggi paga quella rigidità. Non è seduta al tavolo perché non è considerata un attore risolutivo. È un dato di fatto, non un giudizio morale.
Nel frattempo cresce la pressione economica sulla Russia: petroliere fermate, minacce di intercettare la “flotta ombra”. Quanto pesa davvero tutto questo?
Pesa politicamente, molto meno strategicamente. Fermare una o due petroliere non cambia il quadro. È un modo per mostrarsi “attivi”, per dire “ci siamo anche noi”. La Francia, per esempio, cerca spazio. Ma il nodo energetico farà parte di una negoziazione più ampia. Non si risolve con gesti simbolici.
C’è però chi teme un’escalation diretta tra Russia e Stati europei. È uno scenario realistico?
Non lo escludo affatto. I toni sono durissimi. L’Europa è frammentata: alcuni Paesi vogliono riaprire il dialogo, altri non possono più sostenere l’Ucraina, altri ancora sono divisi al loro interno. In questo clima, azioni mirate, selettive, anche militari, non sono impensabili. Non un’invasione dell’Europa, che la Russia non potrebbe sostenere, ma pressioni mirate sì.
In altre parole, non una guerra totale, ma colpi chirurgici per mandare messaggi politici?
Esatto. E questo è un punto che nel dibattito pubblico viene completamente rimosso. Si ragiona ancora in termini di Guerra fredda, mentre lo scenario è molto più fluido e instabile.
Veniamo al tema forse più inquietante: il trattato New START. Se dovesse saltare, cosa succede davvero?
Succede che viene meno l’ultimo meccanismo di controllo sugli armamenti nucleari. E questo è estremamente pericoloso. Le potenze si sentirebbero libere di riarmarsi. E le armi, prima o poi, vengono usate. Qui non c’è ideologia: c’è storia militare.
C’è chi parla già di una nuova corsa agli armamenti. È un’esagerazione?
No, è una possibilità concreta. Siamo in una fase in cui avvengono più crisi in pochi giorni di quante ne vedevamo in anni. Ucraina, Medio Oriente, Groenlandia, fratture interne alla NATO, persino tra Paesi storicamente allineati come quelli anglosassoni. È un sistema che scricchiola.
Il ministro canadese Carney ha detto: “non siamo in transizione, siamo in rottura”. È davvero così?
Sì. Si è rotto un equilibrio che davamo per scontato. E questo riguarda soprattutto noi europei. Credevamo che la solidarietà nord-atlantica fosse eterna. Non lo è. Non c’è più un angelo custode che veglia sulla nostra sicurezza.
Qual è allora il messaggio che cittadini ed élites europee dovrebbero interiorizzare?
Abbassare i toni, abbandonare il moralismo, smettere di dividere il mondo in buoni e cattivi. Ogni Paese deve pensare alle proprie esigenze di sicurezza, che non sono uguali per tutti. Mediterraneo e Baltico non sono la stessa cosa. E soprattutto capire che contare solo sulle alleanze, senza contare su se stessi, oggi è un’illusione pericolosa. È una responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
intervista di Max Ferrario al Generale Marco Bertolini
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