Sbatti Epstein in prima pagina
da LA FIONDA (Alessio Mannino)

I giornali di carta sono considerati il residuo di un’epoca al tramonto. E guardando all’inesorabile calo statistico, lo sono. Sbancati prima dalla televisione e surclassati da internet poi, oggi, risucchiata nel flusso social l’attenzione generale, sono diventati l’oggetto di consumo di una minoranza: i lettori forti, quelli che si ostinano ancora ad affidare ai testi scritti la chiave per raccapezzarsi nel caos giornaliero. Praticamente dei panda. Come gli aficionados dei libri.
Ridotti nei numeri (in parte compensati dagli abbonamenti alle versioni online), gli appartenenti alla nicchia cartacea, rispetto a chi per informarsi naviga qua e là, detengono però un vantaggio competitivo: possono basare la comprensione degli eventi su una gerarchia di notizie, pre-impostata dalla singola testata. A cominciare dalla prima pagina, che riassume in una disposizione precisa l’ordine di priorità. Da cui si evince la linea editoriale e politica.
Dopodiché, il lettore meno esigente, poiché di solito bloccato dal bias di conferma, si ferma lì. Un po’ come avveniva quando la carta tirava e ci si godeva la sensazione, rassicurante ma intellettualmente limitante, di contentarsi del proprio giornale di riferimento, vangelo-guida per la “preghiera mattutina dell’uomo moderno” (Hegel). Oppure, come nel nostro tempo di disintermediazione e sfiducia verso i media in quanto tali, la funzione di indirizzamento non basta più. E giustamente, allora, all’organo di stampa preferito si affianca il dragaggio di fonti ulteriori e differenziate (se fatto in modo mirato, scandagliando giornali web e canali video, o altrimenti facendosi condurre dalla bolla personalizzata dall’algoritmo).
E tuttavia, fondare lo sguardo su una cornice data, discutibile finché si vuole, può essere utile per non annaspare nella giungla di immagini e titoli. I pochi che hanno tempo, cioè gli addetti ai lavori e i fortunati che non lavorano (categorie spesso sovrapponibili: “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, Luigi Barzini jr), raffinano tale usanza demodé elevandola al quadrato. Fanno cioè l’ormai paleolitica “rassegna stampa”: smazzarsi 5-10 quotidiani al giorno. Naturalmente sfogliandoli, più che compulsandoli per intero.
Tutta questa dotta dissertazione introduttiva per due non-urgenze. La prima è prendere in giro, con autoironia un po’ amara, un principio valido oggi più che mai: il diritto-dovere di formarsi un criterio di conoscenza individuale. Una coscienza critica autonoma. Possibilmente costruita sul continuo confronto, senz’altro faticoso, tra voci informative meglio se diverse, e meglio ancora se opposte. Mentre il setting dominante è racchiuso in una manciata di volti e sigle (le ammorbanti compagnie di giro sullo schermo televisivo, trasformatosi in sondino artificiale per direttori e giornalisti di carta stampata altrimenti ignoti ai più), nel mare magnum della Rete c’è l’imbarazzo della scelta. Previo filtro, si spera, dei punti di vista credibili. Perché è la credibilità, attualmente, la caratteristica più preziosa che il lettore/spettatore – per lo meno quello più avvertito e non l’ottuso animale da curva – cerca disperatamente. E la credibilità, come sanno gli operatori ecologici anti-disinformatjia, non è mai un attributo acquisito una volta per tutte: bisogna conquistarselo ogni dì.
Seconda motivazione: compiere un esercizio che vada oltre la destrutturazione dell’offerta mediatica (in vulgari eloquentia: tutti i media, o quasi, tirano acqua al proprio mulino, come per altro è logico che sia, e quindi tutti, nessuno escluso, sviano, deformano, manipolano) inoltrandosi nel territorio della ri-strutturazione di senso. In questa sede, con un divertissement. Come dovrebbe risultare la prima pagina del mio giornale ideale? Ecco la domanda che il cliente selettivo della merce-notizia potrebbe farsi, immaginandosi l’agenda del giorno secondo lui. Provo a buttar giù quella che metterei insieme io con i materiali di giornata. Va da sé, dopo essermi diligentemente sottoposto alla personale dieta di siti (molti), titoli di testa di tg o aggiornamenti radio (pochi), approfondimento in postazioni sul Tubo, newsletter e profili via via apprezzati per rigore e coerenza (abbastanza) e, sì, anche testate giornalistiche cartacee (forse troppe, ma chi scrive lo fa per mestiere, ego me absolvo).
TITOLO D’APERTURA
Trump ha nominato il nuovo presidente della Fed: è Kevin Warsh, vicino a Dimon (JP Morgan). Con il quale Dimon, mister Trump ha un bello scazzo giudiziario. Sapete com’è, la Federal Reserve è “solo” la banca centrale di un impero, gli Usa, che si agita con lucida follia per contrastare il proprio declino: conoscere i perché e i per come di cosa si muove nell’istituto che presiede al dollaro, arma di coercizione globale assieme al Pentagono, dovrebbe essere la prima notizia in alto.
FONDO (editoriale)
Dossier Epstein: al di là del raccapriccio morale e l’aneddotica pruriginosa, vederci chiaro su motivazioni, finalità e intrecci politici di uno scandalo dai risvolti ancora oscuri (non se, ma quanto e in che modo c’entra Israele? Analisi, con un sociologo e uno psicanalista, della cosiddetta élite sovranazionale nelle pagine interne).
FONDO 2
La guerriglia a Torino per la manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna: ennesimo caso di strumentalizzazione (a destra) e cecità politica (a sinistra) della violenza, genuina o infiltrata ma, in tutti i casi, corrispondente a un copione prevedibile rispetto al quale l’unico interrogativo sensato è: cui prodest? A chi giova?
ARTICOLO DI SPALLA
Scontata commedia delle parti nella polemica governo-magistratura all’apertura dell’anno giudiziario: cosa abbiamo fatto di male (e ne abbiamo fatto…) per meritarci una campagna di distrazione di massa così, con un trufferendum che non riguarda i problemi veri dell’apparato giudiziario.
TAGLIO MEDIO
Palestina, Ucraina, Venezuela, Iran: tedioso ma doveroso aggiornamento sui fronti caldi, semi-caldi, raffreddati e sempre nuovamente incendiabili. Con un occhio particolare a cosa si dice in Cina, Russia, Turchia, Israele, India e Brasile (dar conto di quanto pubblica la stampa estera dovrebbe equivalere al pane quotidiano, per disporre di coordinate sufficienti riguardo alla politica internazionale).
MANCHETTE (riquadro con titolo di una notizia all’interno) 1
Reportage di oggi su “conoscere il presunto nemico”: come si vive nel quotidiano oggi in Cina, soprattutto rispetto alla politica (ruolo del partito unico) e all’economia (consumi, lavoro, impresa).
MANCHETTE 2
Approfondimento sulle filiere del potere profondo: come la finanza e le banche italiane si inseriscono nella mappa finanziaria guidata dalla triade Blackrock-Vanguard-State Street.
MANCHETTE 3
La storia: reportage da tre scuole (una elementare, una media, una superiore) su tre sottotemi: i rapporti fra studenti e professori (e genitori); le materie che si studiano poco e male (storia e geografia, filosofia, italiano) o che non si studiano per niente e che sarebbero invece essenziali (economia e finanza, diritto costituzionale, psicologia, sociologia, tecnologia); la realtà nelle aule delle seconde e terze generazioni di immigrati, per indagare i termini effettivi del significato di parole d’ordine come “integrazione” e “remigrazione”.
FINESTRA (riquadro incorniciato)
Rubrica “E chissenefrega”: fatti, personaggi e storie di cui faremmo volentieri a meno, ma di cui tocca in qualche modo parlare non foss’altro per spiegare il perché se ne parla. In questa puntata: il caso Corona-Signorini-Mediaset (per i risvolti politici e di cultura di massa), la figuraccia dalla Gruber di Del Vecchio (per l’analisi antropologica della classe dirigente economica italiana), il “percorso d’ascolto” del Pd inaugurato a Milano dalla Schlein, che blatera di “diritto alla felicità” e di “riprenderci Tolkien” (?) e che sguinzaglierà volontari con questionari la cui prima domanda, particolarmente fulminante, sarà “come stai?” (per constatare una volta di più l’inconsistenza culturale, umana e potremmo dire intellettiva di quella cosa che viene chiamata sinistra in Italia).
FINESTRA 2
L’intervista: Marco Palombi (Il Fatto Quotidiano), ultimo autentico corsivista del giornalismo italiano, a proposito della differenza fra arte nobile del polemista e chiacchiericcio urlato da straccivendoli.
TAGLIO BASSO
Cultura&società: fuori dalla dicotomia apocalittici/integrati, veteroumanisti/transumanisti, inchiesta su come reagire all’espansione dell’intelligenza artificiale, dando spazio ai pensatori più avanzati in Italia e nel mondo che abbiano come bussola il primato reale dell’uomo sulla macchina.
Possono sembrare giochini oziosi, questi. Ma sebbene tendiamo a dimenticarcelo, la guerra in cui tutti siamo coinvolti è, prima di ogni altra, una guerra cognitiva: la feroce competizione per accaparrarsi e fidelizzare la nostra attenzione, un business il cui effetto è irreggimentare l’immaginazione. Ora, chi cattura l’attenzione, condiziona la percezione. Chi influenza la percezione, agisce sulla memoria e perciò sugli schemi, le scorciatoie, i meccanismi di selezione mentale. Chi ha potere di controllo sulla memoria (ciò che si sa, o si crede di sapere), assume un controllo sulla produzione pre-conscia di immagini (ciò che si forma nella mente in divergenza o alternativa alla realtà, nota ma non per questo conosciuta). Chi incide sull’immaginazione, orienta e delimita l’immaginario e quindi ne dispone, ne possiede il dispositivo. Ecco perché sforzarsi di allenare e sviluppare la facoltà immaginativa è decisivo per l’atto creativo capitale: plasmare un orizzonte d’immagini del futuro che, in misura significativa, sia libero dallo spettacolo mediatico. È “il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini” di cui scriveva Italo Calvino nell’ultima delle splendide Lezioni americane. Vedete, che leggere qualche buon classico serve ora più che mai?





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