Cermis, per non dimenticare
di LA FIONDA (Matteo Parini)

3 febbraio 1998. Il giorno maledetto della tragedia del Cermis, quando venti vite innocenti furono cancellate non solo dal volo spericolato di un aereo militare statunitense, ma anche dalla spietata logica dei rapporti di forza che regolamentano la presenza americana in Italia. Una pagina di sangue e ordinaria subalternità, l’ennesima conferma di come lo Stato italiano, impotente, eserciti le proprie funzioni per procura, rinunciando ad ogni esercizio di sovranità.
Ventotto anni fa, infatti, un aereo del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, un EA-6B Prowler decollato dalla base NATO di Aviano, tranciò di netto i cavi della funivia che da Cavalese conduce al Cermis durante un volo condotto fuori dalle regole e al di sotto delle quote minime consentite. La cabina in un amen precipitò nel vuoto e non ci furono superstiti.
La dinamica dell’incidente venne rapidamente accertata, ma la gestione politica e giudiziaria dell’evento mise subito in rilievo la strutturale condizione di subordinazione della Repubblica italiana. Il volo, formalmente classificato come addestrativo, presentava caratteristiche incompatibili con le procedure operative ordinarie. La quota non superava i cento metri dal suolo, la velocità era troppo elevata e le manovre risultavano azzardate in un contesto montano ad alta densità di infrastrutture civili.
Emersero inoltre elementi di particolare gravità. I piloti, con l’aggravante della presenza a bordo di una videocamera, si cimentarono in esercizi dimostrativi nei cieli, una sorta di slalom tra gli ostacoli, inclusi i cavi delle funivie. Una condotta folle, non autorizzata, ripresa per essere esibita come prova di presunta abilità e come vanto all’interno del reparto. Uno stupido gioco.
Alle 15:13 avvenne l’impatto: venti vite spezzate. L’aereo rientrò alla base senza essere fermato e il nastro video, potenzialmente decisivo per l’accertamento delle responsabilità, venne immediatamente cancellato. Presupposti gravi che anticiparono la successiva dimensione politica della vicenda. In virtù degli accordi NATO sullo status delle forze armate, infatti, l’Italia dovette rinunciare di fatto all’esercizio della propria giurisdizione penale.
Pur essendo il Paese colpito dalla tragedia, non ebbe a disposizione gli strumenti essenziali di accertamento e sanzione. Inerme. L’aeromobile non fu sequestrato, i responsabili non vennero nemmeno interrogati dall’autorità giudiziaria italiana priva di poteri coercitivi e, infine, le prove rimasero nella disponibilità esclusiva della catena di comando statunitense.
L’esito della vicenda è tristemente noto. I piloti furono processati negli Stati Uniti e assolti da una corte marziale dalle accuse di omicidio colposo. Solo alcuni membri dell’equipaggio subirono in seguito condanne effimere per reati minori legati alla distruzione delle prove, senza conseguenze sostanziali. Sul piano civile, gli Stati Uniti riconobbero una responsabilità risarcitoria, una beffa che non colmò l’abisso lasciato dall’assenza di una risposta penale reale.
La tragedia del Cermis rappresenta, in modo plastico e drammatico, la rinuncia sostanziale dell’Italia, Paese satellite, alla tutela dei propri cittadini. La responsabilità per una strage avvenuta su suolo nazionale fu di fatto consegnata senza opposizione a un Paese terzo, in virtù di accordi capestro che imponevano un’umiliante asimmetria, sbattendo in primo piano l’impotenza delle istituzioni italiane di fronte alla supremazia posturale statunitense.
A confermare tale assetto contribuì anche il linguaggio adottato dalle istituzioni romane dell’epoca, improntato esclusivamente alla cautela diplomatica e alla priorità di preservare senza frizioni la dipendenza dall’ingombrante alleato, fino a svuotare ogni rivendicazione concreta dell’interesse nazionale anche al cospetto di tanti morti. “L’aereo era fuorilegge, ma l’amicizia con gli Stati Uniti non è in discussione”, si affrettò a precisare Romano Prodi, all’epoca Presidente del Consiglio.
Il Cermis, oltre che una pagina di svendita umana, costituisce un paradigma di subordinazione innanzitutto culturale, prima ancora che politica, nel quale la salvaguardia dell’alleanza con gli Stati Uniti prevalse sulla piena assunzione di responsabilità verso i concittadini e sul dovere di giustizia, con l’aggravante della percezione diffusa e rassegnata dell’inevitabilità dell’epilogo: un’accettazione alla stregua di normalità.
Oggi, ventotto anni più tardi, in un contesto internazionale se possibile ancora più deficitario per l’Italia, il ricordo va alle vittime del Cermis insieme a tutte quelle causate dall’imperialismo statunitense nel mondo.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/02/03/cermis-per-non-dimenticare/





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