L’omicidio di Saif Gheddafi: cui prodest?
da LA FIONDA (Francesco Fustaneo)

In un giardino della remota area di Zintan in Libia, martedì scorso si è consumato l’ultimo atto della parabola di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio più noto del colonnello Muammar, ucciso da un commando di quattro persone. Una fine violenta che sigilla non solo la storia di un uomo, ma sembra disegnare con precisione chirurgica gli equilibri di una Libia perennemente in cerca di stabilità.
Saif, 51 anni, non ricoprì mai una carica formale di vertice sotto il regime paterno, ma dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011 fu considerato il numero due, il volto pubblico più modernizzante. Catturato dalle milizie proprio mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale a Zintan divenne per anni l’emblema plastico della frammentazione del potere libico.
Rilasciato nel 2017 a seguito di una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma strategicamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte tribale. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso e anche per questo era temuto; l’avversione per lui era poi acuita dalle intricate divisioni regionali e tribali del paese.
Un personaggio ingombrante per le fazioni contrapposte
“La decisione di Saif al-Islam di candidarsi alle elezioni presidenziali, previste per il 2021, era stata una delle ragioni che ne hanno causato il rinvio fino ad ora”. A spiegarlo è Tim Eaton, ricercatore sul Medio Oriente in un passaggio sul think tank britannico “Chatham House” e a corollario di un ragionamento secondo cui “entrambe le parti rivali” – sia il Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, guidato dal Primo Ministro Abdulhamid al-Dabaiba, che il comandante Khalifa Haftar, espressione militare del governo di Bengasi – traggono effettivamente vantaggio politico dall’uccisione.
Il calcolo politico è spietatamente chiaro: Saif era l’unico in grado di unire forze trasversali che comunque non disdegnavano la precedente epoca del padre, quel “Movimento Verde” che comprende un’ampia gamma di partiti in città come Sirte, Bani Walid e Sabha, nonché settori dell’élite della sicurezza. “I suoi oppositori politici temevano che avrebbe mobilitato voti non solo tra i nostalgici, ma anche tra coloro semplicemente stanchi dello status quo”, aggiunge Eaton. “La sua scomparsa attenua questi timori”.
L’ombra di Parigi e il “tempismo” sospetto
La morte di Saif arriva, casualmente, pochi giorni dopo un incontro a Parigi mediato dagli Stati Uniti tra Saddam Haftar (figlio del feldmarescialto) e Ibrahim Dbeibah (cugino del primo ministro), figure chiave rispettivamente nell’est e nell’ovest del Paese. Un vertice tenutosi il 28 gennaio all’Eliseo, ratificato e definito “produttivo” da Massad Boulos, consigliere senior del presidente USA per gli affari africani, e mirato a “sostenere gli sforzi della Libia verso l’unità”.
Negli ambienti vicini a Gheddafi, pochi credono alla coincidenza. L’incontro, coordinato da Washington e Parigi, potrebbe aver tracciato una road map di riconciliazione tra le parti opposte che, paradossalmente, potrebbero aver trovato un raro punto di accordo proprio nell’eliminazione di un possibile terzo polo.
Il contesto regionale: il vento neocoloniale e il vuoto di potere
Il tutto accade in un momento di crescente attivismo internazionale in Africa. L’ufficio stampa del Servizio di intelligence estero russo (SVR) ha recentemente denunciato come “la Francia stia preparando colpi di stato neocoloniali nel continente e cerchi opportunità per una ‘vendetta politica’”. In questo quadro, la Libia – con le sue ricchezze energetiche e la posizione strategica – resta un crocevia di appetiti geopolitici.
La scomparsa di Saif al-Islam non risolve però i nodi strutturali libici: frammentazione tribale, milizie armate, economie parallele, istituzioni fantasma. Elimina piuttosto un possibile elemento di disturbo per gli equilibri attualmente negoziati dalle élite al potere, aprendo al contempo un vuoto di rappresentanza per quella parte di popolazione che, al di là della nostalgia per il vecchio regime, vedeva in lui un simbolo di alternativa all’attuale stallo.
La morte nel giardino di Zintan potrebbe quindi essere letta come un macabro rituale di pacificazione tra nemici: l’eliminazione del comune potenziale rivale che unisce, per un momento, chi sul campo si è sparato addosso per anni.
Utilizziamo il condizionale, senza pretese di verità assolute, soprattutto parlando di un contesto frammentato e altamente complesso come quello libico.
Ma, in un Paese dove ogni assassinio politico semina nuovi risentimenti, questa morte che “unisce i rivali” potrebbe anche preparare il terreno per future, più pericolose divisioni.
Fonti:
https://www.chathamhouse.org/2026/02/killing-saif-al-islam-gaddafi-end-political-era-libya
https://alwasat.ly/news/libya/507462
https://libyaobserver.ly/news/us-official-confirms-paris-meeting-between-libyan-rivals
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/02/09/lomicidio-di-saif-gheddafi-cui-prodest/





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