Il conflitto tra Russia e Ucraina esiste contemporaneamente su tre livelli concentrici. Ormai, dato l’ampio coinvolgimento della NATO, siamo abituati a vederne solo uno, ovvero quello del conflitto tra grandi potenze. Ma ne esistono anche altri due, che sono stati alla radice del conflitto tanto quanto il precedente: un conflitto inter-statale tra Russia e Ucraina e una guerra civile nel Donbass e in altre aree dell’Ucraina. Questi due livelli “inferiori” del conflitto nascono dalla disgregazione della civiltà sovietica che non era, come sostengono certe volgari definizioni della Guerra Fredda (o esponenti del nazionalismo russo come Aleksandr Dugin) un “impero russo”. L’impero russo cessa di esistere con Brest-Litovsk e con la rivoluzione bolscevica, per essere sostituito dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, che contribuisce a formare, in certi casi anche ingiustificatamente, o ex novo, lingua, confini, bandiere, cultura e classi dirigenti di molte delle nazioni post-sovietiche che conosciamo oggi, e che se fossero rimaste semplici zemstvo dell’Impero Russo in larga parte non esisterebbero.

Non si può oggettivamente smentire Vladimir Putin quando spiega cosa significherebbe davvero la “de-sovietizzazione” dell’Ucraina sbandierata da Kiev: come minimo, la perdita definitiva della Novorussia, assegnata in modo arbitrario da Lenin alla Repubblic Socialista Sovietica Ucraina, e della Crimea, regalata all’Ucraina dal Segretario Kruscev. Il conflitto in fieri tra Russia e Ucraina appariva chiaro ai più grandi strateghi e analisti americani già dal 1993: ne parlano su Foreign Affairs, con due articoli in risposta alla Fine della Storia di Fukuyama, uscito l’anno prima, sia Samuel P. Huntington sia John Mearsheimer. Nel 1997 Zbigniew Brzezinski sostiene la necessità di “staccare l’Ucraina dalla Russia” nel suo libro La Grande Scacchiera.

Ai tempi al Cremlino c’era Boris Eltsin, il beniamino dell’Occidente che aveva sconfitto il golpe di agosto e si mostrava ben disposto verso ogni iniziativa di politica estera americana. Poco prima, nella totale noncuranza di Mikhail Gorbaciov, la visita di Stato americana in Unione Sovietica del 1991 non avveniva a Mosca bensì a Kiev, dove il segretario locale Kravchuck dava il benvenuto agli americani “sul suolo ucraino” e Bush incontrava gli organizzatori del Rukh, un movimento indipendentista. Non c’erano ancora Putin, i BRICS, la Cina, i conflitti in stile guerra fredda in molte parti del mondo. Eppure si sapeva.

L’Ucraina è il Pakistan della Russia perché il conflitto nasce dalla partizione etnica di un “grande spazio” il cui perno era sì la Russia, ma era anche multinazionale. E i territori contestati rappresentano una sorta di grande Kashmir, o un raggruppamento di “Stati principeschi” che dopo la partizione devono decidere da che parte stare, spesso in preda a conflitti d’identità sia all’interno della popolazione sia nel rapporto tra popolazione e governanti. Nulla ha a che fare con il Vietnam, e nemmeno con l’Afghanistan: una terra contigua geograficamente ma lontanissima antropologicamente.

Russi e ucraini – molto più simili tra loro di quanto lo siano musulmani e indù – dopo la seconda guerra mondiale vivevano distinti ma insieme: Brezhnev aveva la dicitura ucraino sui documenti, e parlava con accento ucraino; Kruschev era russo ma aveva fatto carriera politica in Ucraina, e dopo l’ascesa al massimo livello del PCUS portò a Mosca con sé decine di funzionari etnicamente ucraini. La maggior parte degli ufficiali dell’Armata Rossa, negli anni Ottanta, era di etnia ucraina.

La partizione, principalmente voluta da élite nazionaliste sia russe sia ucraine, desiderose di guadagnare indipendenza dal Soviet Supremo e forti della disgregazione del collante ideologico, non fu violenta all’inizio ma lo divenne dopo: con il golpe e la guerra civile dell’Euromaidan, segnati da intervento russo, europeo e angloamericano, a testimonianza dell’esistenza del “terzo livello” dello scontro, quello tra grandi potenze. Oggi, come tutti ben sappiamo, lo è ancora di più, a causa dell’invasione russa successiva al fallimento di un accordo comprensivo. Ma quando sarà finita la fase “calda” della guerra, su confini che le operazioni militari devono ancora finire di plasmare, metterci una pietra sopra non sarà facile come per gli americani in Vietnam. L’Ucraina rimarrà lì, definita nella sua identità post-partizione e post-bellica dal suo “non essere russa”, e strumento di rivali geopolitici (come il Pakistan per la Cina) per distrarre, indebolire e impegnare la Russia, impedendole di proiettarsi su altri scenari internazionali.

Anche conflitti “esistenziali” di questo tipo si possono lentamente risolvere, come dimostrano certi momenti di distensione e collaborazione tra India e Pakistan (recentemente dovuti alla protezione dei propri legami con la Russia da parte di ingerenze esterne) ma non è cosa per niente facile. E la spaccatura che si è creata adesso ricalca le teorie di Huntington e Dugin sullo “scontro di civiltà”, così come quella di Carl Schmitt sulla Weltburgerkrieg, la guerra civile globale.

Il ministro degli esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, nel suo The India Way ripete quasi con ossessione un concetto: eliminare il binomio India-Pakistan, così che Nuova Dehli possa proiettarsi nel mondo senza essere costantemente associata al suo vicino – o fratello – o essere condizionata da esso. È proprio ciò che Mosca non riuscirà a fare per diversi anni, forse decenni, a venire.