C’era un’allegra crudeltà nel tono col quale Fabio Fazio domenica scorsa ha gestito l’ospitata di Ghali costringendo il cantante italotunisino ad assistere al proprio autodafé. Il paradosso è apparente, in un talk show come quello non si fanno agguati. Strana settimana cominciata con lo «stop al genocidio» pronunciato sul palco di Sanremo, proseguita con un’agitazione poche volte sentita attorno alle tragedie del conflitto israelo-palestinese, esplosa nel caso delle scuse in diretta dell’amministratore Rai all’ambasciatore israeliano per bocca di «zia Mara» a Domenica In.

Adesso questa cerimonia di purificazione di fronte al pubblico televisivo generalista e alla politica. Basterà? Da ieri Ghali è rincorso dall’accusa di aver accettato un premio dall’Associazione palestinesi in Italia che è già «la succursale di Hamas». Materiale pronto per il clickbait della macchina social-televisiva della destra che in generale mal sopporta la facilità dei trapper nell’orientare il discorso pubblico. La sinistra? Pochissimo pervenuta.

IL SEGMENTO dell’ospitata di Ghali a Che tempo che fa, molto più scritto di quanto non sembri, merita di essere ripercorso non per dare addosso a Fazio ma perché ci racconta qualcosa di interessante, a partire del fatto che la parola «genocidio» non è mai stata pronunciata neppure per essere messa in discussione. Pulizia semantica. Iniziava con un’esibizione modellata sulle serate di Sanremo. Il pubblico televisivo che poco conosce il cantante – ragazzini e ragazzine da quasi dieci anni che riempiono palazzetti e lo seguono sui social – ritrova il suggestivo attacco arabotunisino di Bayna e il più sanremese Casa mia («per tracciare un confine con linee immaginarie / bombardate un ospedale»).

Manca L’Italiano di Cotugno, ma l’idea che l’ex trapper di Baggio da tempo in transizione verso una figura di popstar più tradizionale peschi nella scrittura di testi pop-ulisti alla Toto Cotugno o Adriano Celentano è decisamente suggestiva e fa molto Seconda Generazione («tu sogni l’America / io sogno l’Italia», in Cara Italia). Gli auguriamo ogni bene. Dunque, alla fine dell’esibizione il pupazzone alieno Rich Ciolino entra per la ripetizione della scena madre dell’ultimo Festival: gli unici trenta secondi su quelle trenta ore di diretta che varranno una citazione nei futuri manuali di comunicazione.

Dice qualcosa all’orecchio di Fazio, stavolta. «Stop alla guerra» riferisce il conduttore, basta coi massacri. In realtà il pubblico a casa che ricorda la scena sa che il pupazzone ha appena ripetuto la parola tabù: «Genocidio». Qui siamo molto oltre la politica, siamo nel teatrino di varietà, dentro i nervi scoperti dell’opinione pubblica. Nel breve sketch il conduttore aggiunge anche un basta a quelli che li vogliono aiutare a casa loro (non ho rivisto, vado a memoria, ndr), come se volesse segnalare l’avvenuto scambio, la promozione ottenuta da Ghali a «nuovo cantautore» affidabile per i figli e i genitori.

Genocidio è esattamente la sliding door: l’ex conduttore di Sanremo rimette in scena il caso Ghali e mostra come sarebbe dovuto andare. «Cosa c’è di divisivo nel chiedere la pace?», si domanda. Ripete di nuovo il mantra del 7 ottobre come lo chiamano già su tutti i social, scatenati dopo aver capito dove andava a parare l’ospitata. Già che c’è, assolve La Repubblica con la sua intervista a Ghali non pubblicata, citando la precedente conversazione tra il trapper e Michele Serra ospite fisso del programma.

A CONTI FATTI poca o nessuna differenza con «zia Mara». Soltanto la scelta di una crudeltà meno muscolare e disumana di quella esibita in certi talk show, evidentemente poco efficace dal momento che è bastato il soffio di un pupazzo a metterla in crisi. Di nuovo: basterà? Purtroppo per Ghali e per il suo staff, non credo. Lui ricorda un Michael Jackson nordafricano, la stessa fisicità diafana e filiforme. Ha negli occhi la follia del primo Cheb Khaled. Adesso balla sulle uova. Nell’intervista a Fabio Fazio ha rivelato la depressione vissuta negli anni passati, per motivi legati all’ottovolante della popolarità social. Non è il solo.

La depressione è metafora della solitudine, avremmo detto un tempo con sprezzo della retorica, si cura con le scelte collettive, i valori condivisi, la politica, le scelte. Con cinque palazzetti già pieni nella tournée del prossimo autunno, Ghali avrà la stessa tranquillità di pronunciare la parola «genocidio» nella più assoluta solitudine?

NEL MONDO altre popstar sono alle prese con casi che ricordano molto quello di Ghali: per i trumpiani complottisti Taylor Swift è un bimba di Satana; dall’Argentina arriva notizia dello scontro tra Millei e la popstar Lali Esposito, cantante e personaggio tv; come Ghali anche Geolier è odiato dalla destra dei salotti tv, perché tocca altri nervi scoperti. Flashback: nel 1976 la Premiata Forneria Marconi, che allora era la band più famosa del nostro rock progressive, partecipò a un concerto di sostegno alla Palestina a Roma; si vide annullare le date della tournée americana che avrebbe decretato il suo successo internazionale, di lì a poco il gruppo si sciolse. È la solitudine che fa la differenza.

FONTE:https://ilmanifesto.it/per-ghali-e-sempre-domenica