“Quando un Paese civilizzato comincia a parlare di ‘economia di guerra’ con toni quasi nostalgici, è il momento di fare un passo indietro e chiederci dove stiamo sbagliando.“
Lo studio della ZDF, solitamente teatro di dibattiti vivaci, è immerso in un silenzio carico di tensione. “Non stiamo difendendo la democrazia con questi 900 miliardi per le armi” tuona il filosofo Richard David Precht, “stiamo solo alimentando un circolo vizioso che arricchisce i soliti noti e indebita i nostri figli.”

Il pericoloso déjà-vu del 1914
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui Precht descriveva le somiglianze tra l’attuale retorica politica e i discorsi che precedettero la Grande Guerra. Prendendo il tablet che Lanz gli aveva passato, sfiorando lo schermo con le dita, fa notare come i giornali del luglio 1914 scrivessero esattamente le stesse cose dei nostri telegiornali oggi. Stesso tono apocalittico, stessi argomenti emotivi, stessa assenza di pensiero critico.
Lanz prova a obiettare citando le dichiarazioni ufficiali sulla presunta “minaccia esistenziale russa”, ma Precht ribatte con numeri che fanno vacillare la narrativa dominante. La Russia ha perso in Ucraina più carri armati di quanti ne abbia mai avuti la Germania unita, il loro PIL è crollato del 35%. Davvero possiamo credere che siano nella posizione di aprire un nuovo fronte? Il vero problema, spiega con pazienza didattica, non è la realtà geopolitica, ma come viene sistematicamente travisata per giustificare scelte che altrimenti apparirebbero folli. “È la sindrome del sonnambulo” commenta, “camminiamo verso il baratro convinti di essere lucidissimi.”

I tre peccati capitali del riarmo
- Il debito tossico che ipoteca il futuro
Precht denuncia con veemenza la prossima violazione della regola d’oro della Costituzione, quel limite del 0,35% di deficit che la stessa Merkel aveva introdotto nel 2009. Lo stiamo facendo, spiega, per acquistare armamenti che tra dieci anni varranno meno della carta su cui è stampato il contratto. I numeri che cita sono da capogiro: ogni anno fino al 2037 spenderemo 41 miliardi solo per spese militari, accumulando un debito aggiuntivo di 450 miliardi che graverà sui nostri nipoti, mentre già dal 2026 sono previsti tagli da 3,7 miliardi all’istruzione e 2,1 alla sanità. “È come ipotecare la casa per comprare un’auto che perde già olio dal giorno zero” sintetizzava con amara ironia. - La farsa della riconversione industriale
Precht racconta l’esempio emblematico della fabbrica di Norimberga che fino al 2022 produceva componenti per auto di lusso esportate in tutto il mondo e oggi assembla proiettili. Mentre i sindacati festeggiano, nessuno dice che quei posti di lavoro sono un inganno collettivo. La differenza è sostanziale: un operaio metalmeccanico nell’industria civile contribuisce all’economia reale creando beni che generano ulteriore ricchezza, mentre lo stesso operaio in fabbrica d’armi produce strumenti di distruzione che, nella migliore delle ipotesi, marciranno in qualche magazzino. “Chiamatela pure riconversione” commenta sarcastico, “ma è come dire che un alcolista si è convertito dall’acquavite alla vodka. Il problema di fondo rimane.” - L’illusione della sicurezza assoluta
Precht osserva come nessun generale ammetterà mai che 400 miliardi di armamenti sono perfettamente inutili contro i nuovi missili ipersonici. È un gioco al rialzo senza fine, dove noi spendiamo e la Russia sviluppa contromisure ancora più letali. I dati che citava facevano rabbrividire: con 12.000 testate nucleari russe e i missili Zircon che viaggiano a Mach 9 rendendo obsoleti i sistemi anti-missile, spenderemo un patrimonio per sentirci comunque vulnerabili.

La diplomazia fantasma
Il momento più drammatico arriva quando Precht chiede a Lanz quando fosse stata l’ultima volta che aveva sentito parlare di un negoziato UE-Russia. Il silenzio del conduttore è stato più eloquente di qualsiasi risposta. I numeri della resa diplomatica parlano chiaro: zero incontri ufficiali UE-Russia dal 2022, il budget diplomatico UE tagliato del 40% mentre quello militare raddoppia, solo 12 miliardi spesi in diplomazia nel 2024 contro i 120 miliardi in armi. “Nel 1815” ricordava Precht, “dopo anni di guerre napoleoniche, l’Europa seppe sedersi al tavolo con il nemico sconfitto. Oggi preferiamo parlare solo attraverso i droni.”

L’alternativa che brucia
In chiusura, Precht lancia la provocazione più radicale, invitando a immaginare cosa accadrebbe se quei 900 miliardi fossero investiti in un fondo sovrano per l’innovazione. Gli esempi concreti che portava facevano riflettere: la Norvegia ha creato con il petrolio il più grande fondo pensioni mondiale da 1,4 trilioni, l’Arabia Saudita investe il 50% delle entrate petrolifere in tech e rinnovabili, mentre la Germania butta un terzo del suo bilancio annuale in sistemi d’arma che tra un decennio saranno obsoleti. “Siamo come quell’ubriaco che cerca le chiavi sotto il lampione non perché le ha perse lì, ma perché è l’unico posto dove c’è luce” concludeva con amarezza.
Un monito per il futuro
Mentre l’intervista volge al termine, Precht mostra a Lanz un grafico esplosivo: le ricerche Google su “terza guerra mondiale” in Germania erano aumentate del 740% dal 2022. “La gente sente che qualcosa non quadra” commentava. “Peccato che nelle stanze del potere predomini ancora la logica della paura.” Quel che restava, dopo questa analisi senza sconti, è la netta sensazione che la Germania stia commettendo un errore storico. “Fra vent’anni rideremo di questa follia” profetizzava Precht, “sempre che nel frattempo qualcuno non abbia premuto il bottone per sbaglio.” E in quelle parole c’è tutto il peso di una verità che pochi avevano il coraggio di urlare in prima serata.
(Tutte le dichiarazioni sono tratte dall’intervista a Richard David Precht di Markus Lanz, ZDF 21/03/2025. )
Commenti recenti