Olocausto di Gaza, deriva autoritaria di Israele e crisi della civiltà occidentale
da INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)
USA ed Europa si trovano a proprio agio con un uso sproporzionato della forza in grado di provocare un numero incalcolabile di vittime civili. Anche laddove le finalità strategiche appaiono nebulose.
Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale. Proviamo a spiegare.
La rottura del cessate il fuoco nella Striscia, da parte di Israele, coincide con un tentativo di accentramento del potere senza precedenti all’interno dello Stato ebraico, ad opera del governo Netanyahu.
Che nessuna di queste notizie occupi le prime pagine dei giornali in Europa e negli USA è un dato rilevante, a sua volta indizio di una crisi non solo democratica, ma di civiltà, nella quale sta sprofondando (a prima vista senza accorgersene) l’intero Occidente.
Questo torpore è motivato dal fatto che tali eventi si inseriscono in un quadro globale nel quale è l’Occidente stesso a registrare una deriva illiberale e ad aver progressivamente scardinato ogni aspetto di quel diritto internazionale del quale fino a ieri si ergeva a difensore.
Così, oggi sono gli Stati Uniti a parlare apertamente della possibilità di annettersi territori o Stati sovrani come la Groenlandia e il Canada.
E, paradossalmente, gli alleati europei accusano Washington di tradimento e slealtà, non tanto per simili grottesche rivendicazioni, ma per il fatto di voler negoziare la fine di un conflitto come quello ucraino, che ha arrecato enormi danni all’Europa ed ancor più gravi potrà provocarne qualora dovesse proseguire.
Cosa sta succedendo a Gaza
La notte del 18 marzo, Israele ha rotto il cessate il fuoco con un violentissimo bombardamento che ha ucciso in poche ore oltre 400 palestinesi. Il bilancio delle vittime è salito a oltre 700 il giorno successivo.
Queste cifre, tralasciate da gran parte della stampa occidentale, hanno lanciato un messaggio inequivocabile alla popolazione di Gaza.
Perfino durante i giorni più violenti delle operazioni militari israeliane che avevano preceduto l’ultimo cessate il fuoco, il bilancio giornaliero non aveva superato la cifra (spropositata rispetto a qualsiasi altro conflitto degli ultimi anni) di 250 morti.
Secondo la protezione civile palestinese, fra le oltre 400 vittime del primo giorno vi erano più di 170 bambini e più di 80 donne. Dunque si è trattato nella stragrande maggioranza non solo di vittime civili, ma di donne e bambini.
In altre parole, la rottura israeliana del cessate il fuoco si è tradotta in un massacro indiscriminato e senza precedenti di vittime inermi. Una caratteristica che ha contraddistinto l’intero “conflitto” di Gaza, ma che sta assumendo dimensioni sempre più spaventose.
Dal 7 ottobre 2023, il fuoco israeliano ha ucciso almeno 17.400 bambini, 15.600 dei quali sono stati identificati. Molti altri restano sepolti sotto le macerie.
Perfino per quanto riguarda i pochi obiettivi colpiti appartenenti a Hamas, la tattica israeliana è consistita nel prendere di mira esponenti dell’amministrazione civile della Striscia, dunque non combattenti.
Secondo fonti israeliane, l’obiettivo di un’azione di questo genere è distruggere l’apparato amministrativo che permette a Hamas di governare Gaza.
Tra gli altri, l’organizzazione palestinese ha pianto la perdita di Isam Da’alis, coordinatore del governo, Mahmoud Hatteh, viceministro della giustizia, Ahmad Abu Watfeh, viceministro dell’interno, e Ismail Barhoum, responsabile delle finanze del gruppo – per uccidere il quale Israele ha bombardato l’ospedale Nasser, a Khan Yunis, dove era ricoverato.
In base alle Convenzioni di Ginevra, in qualsiasi conflitto armato le parti belligeranti sono tenute a rispettare alcuni principi basilari, come il principio di distinzione fra militari e civili, e quello di proporzionalità.
A dispetto di ogni evidenza, paesi come Gran Bretagna e Stati Uniti hanno concluso che non si può affermare con certezza che Israele abbia violato il principio di proporzionalità.
Lo scorso maggio un rapporto del Dipartimento di Stato, richiesto dall’allora presidente Joe Biden per sapere se Israele impiegava le armi inviategli dagli USA “in accordo con il diritto umanitario internazionale”, aveva stabilito che non era possibile giungere a una conclusione in quanto Israele non forniva informazioni complete sui suoi processi decisionali.
Analogamente, una lettera del ministro degli esteri britannico David Lammy risalente allo scorso gennaio affermava che una valutazione non era possibile a causa dell’ “ambiente informativo opaco e conteso a Gaza”.
Durante l’ultima fase del cessate il fuoco, Lammy è parso più severo nei confronti di Tel Aviv dichiarando che il blocco degli aiuti imposto da Israele alla Striscia rappresentava una violazione del diritto internazionale.
Ma il ministro è stato rapidamente smentito da un portavoce del governo. Londra continua a intrattenere rapporti strettissimi con l’industria bellica di Israele e con i suoi vertici militari.
La base britannica di Akrotiri, a Cipro, è stata ampiamente utilizzata per inviare armi e forze speciali americane in Israele durante il conflitto. E dopo che Tel Aviv ha rotto il cessate il fuoco, aerei spia britannici hanno ripreso a volare quotidianamente su Gaza.
Deportazione o sterminio
Il governo Netanyahu ha rotto il cessate il fuoco accusando Hamas di rifiutarsi di liberare gli ostaggi. In realtà, l’accordo sulla tregua era strutturato (su tre fasi) in modo tale che fin dall’inizio era chiaro che sarebbe probabilmente fallito.
Malgrado le accuse lanciate da Tel Aviv contro Hamas, è il governo israeliano che si è rifiutato di implementare, e addirittura di negoziare, l’avvio della seconda fase.
Esso ha puntato invece ad un prolungamento della prima fase con l’obiettivo di ottenere la liberazione del maggior numero di ostaggi israeliani senza doversi impegnare a porre fine al conflitto.
In passato, il premier Benjamin Netanyahu aveva più volte ripetuto che Israele non avrebbe terminato le guerra se Hamas non fosse stato distrutto.
Il ministro della difesa Israel Katz ha chiarito in maniera inequivocabile quali sono le due alternative che attendono i palestinesi di Gaza. Dopo il primo giorno di durissimi bombardamenti, ha affermato che si trattava solo del “primo passo”.
Rivolgendosi a una popolazione stremata dalla fame e dalla distruzione, Katz ha dichiarato: “Liberate gli ostaggi e rimuovete Hamas, ed altre opzioni si apriranno per voi, inclusa la possibilità di trasferirvi in altri luoghi del mondo”.
“L’alternativa è la totale rovina e distruzione”, ha concluso il ministro israeliano. In altre parole, deportazione o sterminio.
Solo dieci giorni prima, ancora in pieno cessate il fuoco, il ministro delle finanze Bezalel Smotrich di ritorno da Washington aveva affermato che il piano Trump per la rimozione dei palestinesi da Gaza stava “prendendo forma”.
Secondo quanto rivelato dal Washington Post, l’esercito israeliano starebbe preparando una nuova operazione di terra nella Striscia che potrebbe protrarsi per mesi.
Le forze di Tel Aviv hanno già ripreso il controllo del corridoio Netzarim nella parte centrosettentrionale dell’enclave, ed hanno attaccato la città di Rafah nel sud.
Secondo il quotidiano americano, i vertici militari israeliani prevedono di ricorrere a tattiche ancor più aggressive, inclusa la gestione diretta degli aiuti umanitari, l’inserimento della dirigenza civile di Hamas fra gli obiettivi legittimi, e l’evacuazione della popolazione all’interno di “bolle umanitarie”.
Coloro che non vorranno evacuare saranno considerati combattenti ed eliminati militarmente, o con tattiche di assedio come quelle già impiegate dall’esercito nel nord della Striscia prima del cessate il fuoco.
Questa nuova, ed ancor più violenta campagna, sarebbe resa possibile dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e da una maggior sintonia fra il governo ed i nuovi vertici della difesa. Il ministro Katz ed il nuovo comandante dell’esercito Eyal Zamirsono uomini completamente fedeli a Netanyahu.
I loro predecessori, rispettivamente il ministro della difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi, si erano opposti all’idea di una completa occupazione militare di Gaza, che prevedesse la gestione della popolazione e degli aiuti umanitari.
Accentramento del potere
La decisione di Netanyahu di riprendere le operazioni militari a Gaza è conseguenza anche di precise esigenze di politica interna.
Ricominciando i bombardamenti, egli ha ottenuto la rinnovata fedeltà del ministro Smotrich, il quale aveva minacciato di lasciare il governo se Israele avesse avviato la seconda fase del cessate il fuoco.
Il premier ha anche ottenuto il rientro nell’esecutivo dell’altro partito di estrema destra, Otzma Yehudit, e del suo leader Itamar Ben-Gvir che ha riacquisito la carica di ministro della sicurezza interna (malgrado il parere contrario del procuratore generale Gali Baharav-Miara).
Il governo ora controlla 68 seggi su 120 alla Knesset, il parlamento israeliano, e questo gli ha consentito di far approvare senza problemi la legge di bilancio entro la scadenza del 31 marzo, senza temere ricatti da parte degli ultraortodossi che chiedono una legge che li esenti dal servizio militare.
La ripresa delle operazioni belliche ha fornito a Netanyahu anche un buon diversivo per permettergli di licenziare senza eccessive resistenze Ronen Bar, il capo dello Shin Bet (il servizio segreto interno) con il quale era in corso da tempo uno scontro durissimo.
L’indagine interna dello Shin Bet sulle responsabilità del 7 ottobre 2023 cita il flusso di denaro dal Qatar a Gaza come uno dei fattori chiave che hanno permesso a Hamas di preparare l’attacco di quel giorno.
Si tratta di un ammontare di 30 milioni di dollari al mese, che fu pubblicamente appoggiato da Netanyahu.
Lo Shin Bet sta anche indagando sui presunti rapporti fra alcuni collaboratori di spicco del premier e il Qatar, in particolare allo scopo di promuovere l’immagine della monarchia del Golfo alla vigilia della Coppa del mondo di calcio svoltasi a Doha nel 2022.
Ma il servizio di intelligence stava anche investigando sull’infiltrazione di estremisti kahanisti nei ranghi della polizia sotto la supervisione di Ben-Gvir.
Naturalmente, lo Shin Bet e Ronen Bar sono a loro volta ritenuti responsabili dei fallimenti del 7 ottobre dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, ma molti hanno ritenuto che Netanyahu abbia licenziato Bar per interesse personale.
La decisione di rimuovere il capo dello Shin Bet è stata impugnata dal procuratore generale Baharav-Miara. Uno scontro senza esclusione di colpi è in corso anche fra quest’ultima e il premier, il quale vuole rimuovere anche lei dall’incarico.
All’ombra della guerra, il governo ha anche portato a termine l’iter di quella riforma giudiziaria che aveva sprofondato Israele in una crisi politica senza precedenti ben prima dell’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.
La legge di riforma attribuisce al potere politico, ed in particolare al governo, un’influenza molto maggiore nella scelta dei giudici e dei membri della Corte suprema, rispetto alla magistratura stessa ed al corpo degli avvocati.
Solo leggermente modificata nei contenuti per ammorbidire il fronte del rifiuto, la riforma è stata infine approvata dal parlamento malgrado il boicottaggio dei partiti di opposizione.
Di fronte all’impotenza dell’opposizione e delle proteste di piazza, l’ultimo ostacolo nella corsa di Netanyahu verso un consolidamento senza precedenti del potere nelle proprie mani è rappresentato dalla figura del procuratore generale.
Sostegno incondizionato
Nella sua battaglia senza quartiere per la propria sopravvivenza politica, il premier israeliano ha più volte tracciato un parallelo strumentale con il presidente americano Donald Trump.
Di ritorno dalla sua visita alla Casa Bianca, l’11 febbraio Netanyahu ha pronunciato un discorso al proprio governo riunito, che è stato soprannominato dai presenti “il discorso della lealtà”, nel quale egli avrebbe pronunciato le seguenti parole:
“Guardate Trump. Ha fatto tre cose in America: si è circondato di persone che sono leali a lui e solo a lui; ha licenziato tutte le persone che non gli sono leali; e sta eliminando lo ‘stato profondo’ metodicamente ed interamente”.
Il premier israeliano avrebbe avviato così la sua campagna di epurazione.
Dal canto suo, l’amministrazione Trump ha dato piena luce verde alla ripresa delle operazioni belliche a Gaza, riversando su Hamas la responsabilità del fallimento del cessate il fuoco.
L’amministrazione “appoggia pienamente Israele, le IDF [Forze di Difesa Israeliane] e le azioni che hanno intrapreso negli ultimi giorni”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
L’Unione Europea ha fornito un appoggio un po’ meno esplicito, “deplorando” la rottura della tregua e condannando al contempo il “rifiuto” di Hamas di consegnare gli ostaggi.
In concreto, però, da parte dell’UE non vi è alcun ostacolo all’azione israeliana, come testimoniato dalla visita in Israele dell’Alto rappresentante per la politica estera europea Kaja Kallas, il 24 marzo.
Durante la visita, la Kallas ha ripetuto la propria “dura condanna” nei confronti della violenza di Hamas, limitandosi ad aggiungere che “la rottura del cessate il fuoco ha causato una spaventosa perdita di vite umane”.
Pur invocando una ripresa dei negoziati, la Kallas ha ribadito la solidarietà dell’UE nei confronti di Israele, aggiungendo che “concordiamo sull’immensa minaccia che l’Iran rappresenta per la regione e la stabilità globale”, e che “l’Iran è una minaccia che sostiene anche la guerra della Russia in Ucraina”.
Parimenti, nessuna azione concreta, da parte della Kallas o di altri esponenti UE, sulla brutale quanto ingiustificata campagna militare avviata da Israele in Cisgiordania a fine gennaio, all’indomani dell’inizio della tregua a Gaza.
Dalla Casa Bianca provengono altri segnali poco rassicuranti.
Il segretario alla difesa Pete Hegseth, il quale ha tagliato le posizioni di coloro che al Pentagono erano responsabili della valutazione dei rischi delle operazioni belliche per i civili, ha incaricato gli esperti giuridici militari di allentare le regole d’ingaggio dell’esercito americano.
Poco prima della rottura del cessate il fuoco a Gaza da parte israeliana, le forze USA hanno bombardato gli Houthi yemeniti, responsabili del blocco navale nel Mar Rosso (interrotto durante la tregua a Gaza), facendo oltre 50 vittime fra cui numerosi civili.
L’operazione è stata accompagnata dalle minacce rivolte da Trump al gruppo yemenita: “L’inferno si abbatterà su di voi come non avevate mai visto prima”.
L’Occidente segnala dunque che, almeno nella regione mediorientale, esso si trova a proprio agio con un uso sproporzionato della forza in grado di provocare un numero incalcolabile di vittime civili. Anche laddove le finalità strategiche appaiono del tutto nebulose.
Israele sa di avere mano libera a Gaza, e probabilmente in Cisgiordania. La prospettiva è quella di una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili, con rinnovati rischi di destabilizzazione regionale.
Né Stati Uniti né Europa sembrano avere obiezioni di fronte a uno scenario così spaventoso.
Con tutta probabilità, il resto del mondo trarrà le proprie conclusioni da un atteggiamento occidentale tanto violento, pericoloso e imprevedibile, quanto debole, contraddittorio e inconcludente nel raggiungimento di obiettivi concreti.
FONTE: https://robertoiannuzzi.substack.com/p/olocausto-di-gaza-deriva-autoritaria
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