Perché la cura Milei ha funzionato. E perché no
di GIUBBE ROSSE NEWS (Juan Zara)
La stampa ha accolto con un certo trionfalismo i dati dell’ultimo trimestre 2024: variazione trimestrale del PIL in aumento, tasso di disoccupazione contenuto, primo avanzo di bilancio in 14 anni, caduta libera del tasso d’inflazione annuale e discesa del tasso di povertà assoluta. Molti analisti hanno parlato della “cura Milei” in termini entusiastici. Eppure, uno sguardo attento rivela che la situazione è tutt’altro che rosea. Di Juan Zara.
Un recente articolo su La Verità sottolinea i pregi della cura economica – a base di “motosega” – del presidente argentino Javier Milei.
Analizzando il report riguardante l’ultimo trimestre del 2024 e considerando alcuni dati macroeconomici congiunturali, saltano all’occhio alcune verità irrefutabili: una variazione trimestrale del PIL in aumento, un tasso di disoccupazione tutto sommato contenuto (sebbene, in realtà, leggermente più alto rispetto a dicembre del 2023), ma soprattutto il primo avanzo di bilancio negli ultimi 14 anni e la caduta libera del tasso d’inflazione annuale, dal 211% al 118%.
Di ieri, inoltre, la notizia che il dato sulla povertà assoluta – che aveva impietosito la stampa internazionale – è sceso dal 52% al 38%, anche grazie allo stop all’inflazione.
Sono risultati che possono indubbiamente ritenersi positivi se presi individualmente e senza analizzare la situazione argentina con cognizione di causa, ovvero conoscendo la storia economica del Paese, soprattutto quella degli ultimi 25 anni.
Contesto storico
Facendo un passo indietro, però, la realtà macroeconomica argentina prima di Milei presentava un quadro raccapricciante, aggravato da quasi vent’anni di politiche assistenzialiste fini a se stesse, una spesa pubblica caricata di spese realmente superflue per tenere a galla la domanda (a scapito di investimenti produttivi e sanità, ad esempio) e un settore industriale particolarmente improduttivo, frutto di cinquant’anni di politiche economiche basate sul modello agro-esportatore, retaggio dei tempi in cui il Paese veniva definito il “granaio del mondo”. La spinta oltremodo protezionista, quasi autarchica dei governi argentini era arrivata al punto di imporre numerosi ed importanti dazi non solo sui prodotti in entrata (che arrivavano in media a circa il 30% del valore del bene), ma anche su quelli in uscita, diminuendo il potere d’acquisto degli argentini su due fronti: da un lato attraverso l’immissione di pesos nel sistema, utile a continuare a finanziare il meccanismo e dunque creando inflazione, dall’altro rendendo virtualmente inaccessibili i beni esteri, anche quelli a buon mercato (come quelli cinesi, ormai ubiqui in tutta LATAM). I proventi di tali operazioni, assieme al surplus ottenuto grazie alla disparità fra il tasso cambiario ufficiale e quello reale (su cui ci sarebbe da scrivere tomi a parte), finivano nelle casse del Banco Central de la República Argentina (di seguito, BCRA) e finanziavano le partite correnti e rimpinzavano le riserve.
La politica economica argentina negli ultimi cinquant’anni, dunque, ha avuto per la maggior parte la triste sorte di essere sia mercantilista che protezionista, prendendo però il peggio da entrambi i modelli:
- offrire garanzie che non poteva offrire;
- proteggere un mercato che non si è occupata minimamente di incentivare e;
- impoverire drasticamente una società che era il fiore all’occhiello dell’America Latina fino alla prima metà degli anni ‘70.
Si può dire che la “cura Milei” abbia funzionato?
Se consideriamo che l’obiettivo principale del governo era quello di eradicare l’inflazione e liberalizzare il mercato cambiario, possiamo dire che sono sulla strada giusta. Ma bisogna, come sempre, contestualizzare e guardare il panorama più da lontano.
Se, infatti, è facile agire sul primo punto, reprimendo la domanda attraverso politiche di austerità che fanno segnare un -4% sui consumi e -18% sugli investimenti privati nel 2024, agendo soprattutto sulla compressione della massa monetaria in circolazione (il governo offre tassi d’interesse superiori all’inflazione per togliere pesos dalla circolazione), è molto più difficile arginare il secondo problema, sul quale si aprono a loro volta moltissimi argomenti paralleli.
Ma andiamo per ordine: il governo Milei, per ora, si è limitato ad istituire un crawling peg, utile come strumento graduale di svalutazione del peso, proprio per evitare che la situazione finisse come a dicembre del 2001, quando il default sul debito sancì la fine della convertibilità peso-dollaro (istituita nel 1992 e che per dieci anni regalò agli argentini inflazione zero e un cambio 1:1) e la svalutazione della moneta argentina in regime fluttuante le fece perdere il 75% del suo valore in poche settimane.
La politica valutaria di Milei prevede che il peso si svaluti di un dato valore ogni mese nei confronti del dollaro, deciso volta per volta dal governo in base a determinati indicatori economici. Questo valore, inizialmente istituito al 2% mensile, è passato all’1% a febbraio, incendiando i mercati e facendo infuriare alcuni investitori istituzionali.
Questo perché, seppur diminuita, l’inflazione mensile rimane superiore al crawling peg, rendendo possibile un meccanismo conosciuto come carry trade: in buona sostanza, gli speculatori sfruttano lo spread fra svalutazione e inflazione – oltre alla politica deflattiva del governo – per lucrare, scambiando dollari per pesos che poi investono in titoli di stato ad alto rendimento, per poi riscambiare il guadagno in pochissimo tempo, ottenendo profitti anche del 50% sul capitale iniziale in dollari.
L’operazione è possibile anche grazie alla presenza del cosiddetto cepo, ovvero una restrizione sulle operazioni cambiarie, che in Argentina non sono libere, ma appunto regolamentate dallo Stato. Questo è uno dei grossi scogli che dovrà affrontare l’amministrazione di Milei in futuro, nonché, in realtà, la sua più grande promessa elettorale, tuttora incompiuta: riuscire a eliminare le restrizioni cambiarie senza svalutare.
È un’impresa ardua, se non impossibile, dato che la realtà dipinge un quadro di grande ritardo cambiario. Nonostante le imprecazioni di Milei nei confronti dei suoi detrattori e la difesa a spada tratta delle sue politiche valutarie, il peso argentino è, indubbiamente, sopravvalutato.
Inoltre, l’ormai imminente accordo col Fondo Monetario Internazionale per rifinanziare il debito di oltre 40 miliardi di dollari ancora pendente ha ulteriormente esacerbato la situazione, portando il BCRA a bruciare un miliardo e mezzo di dollari soltanto a marzo per minimizzare le perdite del peso, portando le riserve a soli US$ 25 miliardi, il livello minimo negli ultimi 14 mesi. Il dólar blue, ovvero il dollaro scambiato sui mercati informali, ha raggiunto nuovamente uno spread di 325 pesos sul tasso ufficiale, praticamente vanificando tutto il lavoro svolto negli ultimi mesi, e tornando ai livelli di ottobre.
Milei spera che il FMI gli conceda un prestito di 20 miliardi di dollari (di cui 8 miliardi a rilascio immediato) per godere di una più ampia tranquillità sul tema riserve, ma la condizione non negoziabile imposta dal Fondo sembra sia proprio la svalutazione del peso che il governo sta evitando a tutti i costi.
Si dice che Luís Caputo, il ministro dell’economia, sia andato a negoziare mostrando stime di crescita del PIL al 5-6% nei prossimi tre anni come garanzia. La realtà dei fatti dice che comunque il PIL argentino si è contratto di quasi il 2% nel 2024. E questo pur avendo recuperato nell’ultimo trimestre e avendo goduto di una delle migliori stagioni di raccolto degli ultimi decenni. La verità è che le previsioni economiche in un mercato così instabile come quello argentino lasciano il tempo che trovano. Il Fondo riuscirà ragionevolmente ad imporre le proprie condizioni sulla base del fatto che l’Argentina è così priva di fiducia da parte degli investitori che l’unica alternativa rimane proprio il cappio al collo rappresentato dal FMI.
Questo porterà ad una svalutazione più o meno corposa del peso, che a sua volta potrebbe causare una fuga di dollari, con il BCRA nuovamente costretto sulla paradossale posizione di dover sia vendere le riserve appena acquisite nell’intento di rafforzare il peso, sia di immettere in circolazione nuova moneta per poter pagare il nuovo debito (nei prossimi tre anni scadono quote di capitale più interessi per circa US$15 miliardi), facendo riscoppiare l’inflazione.
Questa è un’eventualità che Milei vuole assolutamente evitare a tutti i costi in vista delle elezioni legislative a ottobre. Spera di arrivare dunque relativamente in buona salute a fine anno per poi avere numeri migliori al Congreso, e rimandare ad allora ogni nuovo drastico aggiustamento.
Si può dunque dire che la “cura Milei” non abbia funzionato?
La produzione industriale segna un minimo storico, crollano i consumi, il riesgo país (l’indice che misura la possibilità che un Paese non rispetti i propri compromessi in campo finanziario) è risalito ai livelli di novembre, crescono le disuguaglianze, spariscono i servizi e lo stimolo statale all’economia, il PIL cala. L’unica cosa che per ora tiene è la diminuzione dell’inflazione. Se Milei dovesse perdere anche questa, sarebbe ragionevolmente archiviato come un fallimento.
L’unica via di uscita allora rimarrebbe a quel punto una nuova stagione di copiose privatizzazioni, un film già visto e rivisto. L’Argentina si gioca il proprio futuro nelle prossime settimane.
Fonte: https://giubberossenews.it/2025/04/02/perche-la-cura-milei-ha-funzionato-e-perche-no/
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