Perché odiare la Russia?
di LAFIONDA (Matteo Bortolon)

Il testo di Hauke Ritz dal titolo “Perché l’Occidente odia la Russia” (Fazi, 2026) intende dare una spiegazione coerente e profonda dell’ostilità del fronte euroatlantico verso la Federazione russa.
È noto che lo scoppio della guerra in Ucraina ha aperto una profonda crisi dei rapporti con Mosca: la critica della violazione del diritto internazionale (con un’esaltazione degli ucraini assai sopra le righe) ha avuto toni così duri da tradire un’avversione verso il gigante asiatico, stigmatizzato come Paese autoritario, se non fascistoide (la classica reductio ad Hitlerum, spesso dispensata dalla più crassa ignoranza), quasi da condannare assieme alla sua stessa cultura: si sono avuti numerosi esempi di boicottaggio culturale di artisti russi, senza che ci si sia mai sognati di proporre misure del genere per potenze assai più aggressive come Usa e Israele. È quasi inutile fare i nomi di personaggi clowneschi quali Calenda e Picierno, fulgidi nella loro nullità politica.
Al di là di tali bassezze, si registra un atteggiamento aggressivamente ostile verso la Russia come soggetto geopolitico e sistema di governo anche in ambiti indubbiamente meno sbracati, come l’accademia, che pullula di figure universitarie pronte a riversare sul gigante euroasiatico lo stigma di autoritarismo, identitarismo e fascismo. La politologa francese Marlène Laruelle ha pubblicato da pochi anni un testo intitolato Is Russia Fascist?, indirizzato a colleghi che hanno adottato tale posizione come categoria analitica.
L’autore, di formazione filosofica e interessato alla sfera geopolitica, vede questo tipo di fenomeno come lo sbocco di fattori molto più profondi e di lunga durata. I primi quattro capitoli svolgono compiutamente il tema sul piano politico-strategico, gli ultimi due su quello più squisitamente culturale. La premessa fondamentale è che, se c’è odio per la Russia, non si tratta di qualcosa che sgorga spontaneamente dalle popolazioni, ma viene promosso dall’alto — e, in questo, aggiungiamo noi, si colloca il limite di questo tipo di operazioni.
L’Europa, nel suo attuale assetto, non esce bene dal libro: potremmo dire che una delle premesse è proprio la constatazione della sua decadenza politica, ridotta a essere una pedina di Washington e governata da un’oligarchia la cui maggiore aspirazione è scodinzolare con la maggiore energia possibile. Torniamo quindi al 1989 e alla promozione di un’agenda unipolare: l’autore ricostruisce la progettualità di dominio messa più volte per iscritto, fra cui si distingue il movimento neoconservatore. Ritz, in più parti del testo, istituisce un istruttivo confronto fra Usa ed Europa: mentre quest’ultima, in base alla sua storia di frammentazione politica, avrebbe gli strumenti per concepire un ordine mondiale basato sul rispetto di tutte le sovranità, gli statunitensi si sono gettati, senza troppe remore, in un progetto di dominio universale. Grazie al predominio economico acquisito, hanno messo in cantiere un modello di ordine mondiale in cui i leader europei avrebbero scoperto di non contare più nulla. La principale mossa in tal senso sarebbe stata, per l’autore, la serie di allargamenti di Ue e Nato, che condannava l’Europa a un insieme di nullità politiche.
Allargare i confini dell’atlantismo fino ai confini della Russia significava anche rinunciare a un ordine di sicurezza che la includesse, ponendosi invece in rotta di collisione. Cosa che, infatti, è avvenuta.
Varie motivazioni sono addotte per questa scelta: prima di tutto la potenza militare e diplomatica del Paese. Mosca, nonostante la retrocessione da superpotenza mondiale, restava una potenza nucleare di primo piano, e l’implosione che — secondo le aspettative Usa — l’avrebbe definitivamente ridimensionata, in realtà non c’è stata. In tal modo, la Russia è rimasta una presenza cui alcuni nemici degli Usa, come l’Iran, potevano trovare una sponda per non cedere del tutto al debordante potere statunitense. Lo stesso dicasi per la sua diplomazia, che è fra le più autorevoli e ricche di contatti al mondo, in virtù di essere stata un player di livello globale durante la Guerra fredda. Il testo ricapitola inoltre come gli Usa abbiano legato il primato del dollaro, come risorsa geostrategica, alle materie prime, di cui però la Russia è ricca; e, se essa avesse conservato la sua sovranità, sarebbe sempre stata una spina nel fianco. Tutti motivi che rendevano la prospettiva dell’implosione di tale Paese altamente attraente.
I due capitoli successivi sono anche più affascinanti, sebbene dotati di argomenti molto più controversi. Essi sono incentrati sulla “guerra fredda culturale” dispiegata durante il confronto bipolare contro il comunismo: per scalfire il primato delle sinistre comuniste e socialiste, in un quadro in cui partiti di simile orientamento erano pienamente competitivi sul piano elettorale (pensiamo solo al PCI), gli apparati Usa, come la Cia, hanno favorito — se non attivamente promosso — filoni culturali critici verso l’Urss. La lungimiranza di tali politiche avrebbe promosso un tipo di filosofia e cultura postmodernista e, sul piano più prettamente politico, una strategia di aggiramento: anziché combattere l’identità di sinistra in sé, promuovere versioni di sinistra non comunista.
A tal fine, non ci si doveva più concentrare sulle principali contraddizioni del capitalismo, vale a dire il conflitto tra capitale e lavoro, tra guerra e pace, tra imperialismo e critica dell’imperialismo stesso, ma si doveva indirizzare l’attenzione della società sulle contraddizioni secondarie del capitalismo, quindi su quelle che rappresentano i sintomi di una acuita concorrenza capitalista: ad esempio, la discriminazione razziale, la sottomissione delle donne, lo sfruttamento della natura, così come, in generale, tradizioni desuete e repressive, tra le quali l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso la sessualità e contraddizioni simili. Si doveva, in pratica, reindirizzare l’attenzione della sinistra dal bene comune ai diritti individuali, con lo scopo di creare una sinistra non comunista e, allo stesso tempo, liberale, che spostasse l’attenzione dai diritti sociali ai diritti civili. Di tutte le misure che furono adottate durante la guerra fredda culturale e che sono state fin qui citate, fu questa reinterpretazione della consapevolezza di sé della sinistra quella che ottenne maggior successo (p. 195).
Risulta quasi inutile rimarcare come la odierna sinistra, che rinviene il suo depositum fidei in diritti umani, green, minoranze e orizzonte Lgbt (magari abbracciando l’europeismo), sia lo sbocco finale di tale percorso.
Ma c’è di più: la promozione di una cultura simile, lungi dal limitarsi all’obiettivo di disattivare una corrente politica particolarmente ostile al dominio Usa, per l’autore intende ridefinire la cultura mondiale, che, in virtù dell’espansione coloniale europea, ha allagato il mondo. In questo quadro, la Russia sarebbe l’unico Paese dotato di sovranità sostanziale, e non meramente formale (come invece l’Italia), che condivide la stessa base culturale europea e che quindi, differentemente da Paesi importanti ma lontani da tali coordinate, come India, Cina e Iran, può capire cosa sta accadendo e la posta in gioco delle trasformazioni in corso.
Tale linea argomentativa, incentrata sulle trasformazioni culturali, per chi scrive è la parte più affascinante del testo, nonché la più originale e discutibile nel senso migliore del termine, cioè capace di provocare gli spiriti e invogliare a una discussione, tanto più necessaria in quanto postmodernismo e sinistra non di classe costituiscono, irrefutabilmente, alcune delle coordinate essenziali delle società europee.
Meno originale ma più solido può essere considerato l’ultimo capitolo, in cui l’autore formula alcune proposte. Ritz, come ha mostrato nell’intervista all’amica giornalista Tatiana Santi in merito alla sua opera, è ottimista: ci vorrà tempo, forse generazioni intere, ma alla fine vedremo la luce. Si può sintetizzare la componente propositiva come la morte della nozione di “Occidente”: il testo vede tale termine di riferimento come un’identità politico-culturale che accomuna e unisce Usa ed Europa, con dominio statunitense. Le sue conseguenze sono, da un lato, la subordinazione del Vecchio continente — “gli europei […] hanno perso la capacità di guardare a se stessi con occhi che non fossero quelli americani” (p. 287) — e, dall’altro, l’esclusione della Russia, sebbene le sue radici nel medesimo humus culturale siano indiscutibili. Occorre quindi ripristinare un’autonomia culturale e geostrategica, in modo da rompere con tale vassallaggio e aiutare a far nascere quel multipolarismo che i dati demografici ed economici ci presentano come ineluttabile.
Chi scrive considera il testo di Hauke Ritz di enorme valore, anche quando alcune tesi presentate appaiono spericolate o molto ardite, prima fra tutte l’enfasi sulla “guerra fredda culturale” in connessione col postmodernismo. L’autore si riferisce a un consolidato filone di ricerca che tende a vedere molte istanze della modernità come traduzione laica di elementi del pensiero giudaico-cristiano, ad esempio il progresso derivato dalla concezione del tempo teleologica e lineare biblica; meravigliosamente esplicativa la citazione di K. Löwith a p. 220. Su questa base vede l’affermazione del postmodernismo come un attacco diretto all’identità cristiana della cultura occidentale, portando in auge la visione del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, con la sua nota pretesa di trasmutazione dei valori. L’offensiva culturale della guerra fredda sarebbe ispirata a lui. Nel capitolo 6 (pp. 232-240) si svolge una interessante ricognizione del pensiero reazionario e anticristiano del filosofo tedesco, fino a mostrarne le connessioni con pulsioni potenti del pensiero contemporaneo: neopaganesimo, ripresa del mito, oblio della trascendenza. Ma non si capisce se questo sia uno sviluppo autonomo della cultura contemporanea, sostenuto e amplificato dalle forze della guerra fredda culturale, o se corrisponda a una effettiva progettualità degli apparati nordatlantici. Per quanto le tecniche di manipolazione comunicativa si siano affinate, è difficile pensare che gli sviluppi culturali degli ultimi decenni siano riconducibili a una premeditazione intenzionale di apparati. O forse è solo la nostra speranza.
Per quanto il parere dell’autore sull’Europa nel suo attuale assetto Ue sia spietato, non abbandona la speranza che essa possa sganciarsi dal mortale abbraccio con il suo padrone atlantico. Questo, a ben vedere, rappresenta forse l’elemento più utopico, nonché un tardo residuo di europeismo: per quale motivo dovrebbe essere il continente intero ad agire in tal senso e non singoli Stati? Abbandonato il debole e incerto legame dei trattati attuali, sembra più probabile che alcune nazioni recuperino le loro basi culturali e autonomia politica e altre siano sussunte nel grembo dell’imperialismo Usa in modo irredimibile. Ma, parlando di un processo di generazioni, non si può escludere nulla. Nemmeno una resurrezione dell’Europa, che appare oggi un continente così esangue e disastrato da non far intravedere alcun tipo di redenzione possibile.
Di: Matteo Bortolon
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/04/15/perche-odiare-la-russia/





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