I castelli di carte della tecnopolitica: un soffio di vita e crollano

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Una risposta

  1. Daniela Bartoletti ha detto:

    Condivido pienamente l’analisi. Occorre tuttavia precisare che la presa di coscienza della crisi in atto è avvenuta oggi a livello generalizzato, ma è almeno dagli anni ‘70 che matura nella ristretta cerchia degli intellettuali più sensibili, voci che hanno gridato nel deserto di una macchina culturale ideologizzata è già allora antidemocratica. Voci che ancora oggi costituiscono una nicchia che va cercata con pazienza e difficoltà da una persona di medio-bassa cultura. Che fare, dunque? Purtroppo ai pericoli lucidamente indicati dall’articolo occorre aggiungerne un altro, pure adombrato dall’articolo quando descrive chi in cuor suo si è già rassegnato. Il pericolo da cui discendono tutti gli altri sta in ciascun appartenente alla declinante società occidentale: abbiamo ancora troppo da perdere per dar vita ad una ribellione profonda, che non molli fino a che l’obiettiavo sia raffiunto. Il Sistema – se così vogliamo chiamarlo assumendo il glossario sessantottino – sa che ci avrà in suo potere fino a che ci lascerà le condizioni minime di cui non possiamo fare a meno: gli smartphone per chattare e lanciare “j’accuse” dal divano del salotto, l’automobile sempre più grossa benché meno sicura, la settima di ferie da acquistare col mutuo, caffè e cappuccino ogni mattina, notti rosa e d’oro. Tutto ciò barattiamo con la libertà. Siamo “l’impero alla fine della decadenza” e vivacchiamo aspettando che “arrivino i barbari”. Oggi la sola forma di protesta che può avere qualche concreto impatto è l’astensione. Siamo per il Sistema “consumatori”? Ebbene, non consumiamo! Ma, ditemi, chi è disposto il giorno di attivazione del 5G a spegnere smartphone e computer? Un grande blackout del consumo telematico…

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