Nei grandi circoli della finanza capitalistica, a quanto pare, la transizione ecologica non sembra più raccogliere i consensi di un tempo. Tra i grandi proprietari cresce la fazione che contesta l’eccessiva rigidità delle misure necessarie a ridurre le emissioni inquinanti. L’idea che ora va di moda è che la transizione “green” è troppo veloce e che l’aumento dei costi di produzione rischia di diventare insostenibile.

Il cambio di orientamento ai vertici del potere si avverte un po’ ovunque nel mondo. Attuale capofila è il premier britannico conservatore Rishi Sunak, che ha messo in discussione non solo il ritmo di abbattimento delle emissioni ma anche gli obiettivi di eco-compatibilità fino ad oggi vigenti nel Regno Unito.

Ma anche nel nostro paese si avvertono riverberi della nuova tendenza. Al recente Italian Energy Summit del Sole 24 Ore, l’amministratore delegato di Eni è intervenuto sulla nuova “dottrina” di Sunak sostenendo l’esigenza di ridimensionare gli obiettivi europei della transizione verde, e possibilmente di adattarli alle specifiche caratteristiche di ciascun paese. Un adattamento al ribasso, ovviamente.

Questi nuovi venti di «capitalismo anti-ecologico» sembrano esser diventati dominanti anche nella topica vicenda dell’Ex Ilva di Taranto. L’idea della ricapitalizzazione da parte dello Stato, per portare avanti la riconversione ecologica dell’impianto e la bonifica del territorio, appare ormai sconfitta. Il governo Meloni non ha nessuna voglia di mettere altri soldi pubblici sul progetto di acciaieria «verde», e si para affermando che i contribuenti non capirebbero. Il risultato è che la linea dell’azionista privato Arcelor Mittal non ha più rivali e diventa l’unica in campo: fregarsene dell’impatto ambientale e continuare a produrre con gli attuali altiforni a un ritmo decrescente, finché non si sarà spremuta l’ultima goccia di profitto e l’impianto potrà esser lasciato al suo destino di rudere della sovrapproduzione mondiale.

Ma, per quale ragione la fazione anti-ecologista del capitale sta riguadagnando posizioni un po’ ovunque rispetto a quella più ammiccante verso i temi dell’ambientalismo? La risposta è agevole quanto amara. I capitalisti nemici dell’ambiente stanno pescando consensi in una classe lavoratrice frammentata e già martoriata dall’inflazione, che magari condivide pure gli allarmi sul cambiamento climatico ma che ciò nonostante appare sempre più insofferente verso i costi della transizione ecologica. Con qualche ragione, a ben vedere. Uno dei più gravi difetti delle politiche ambientali di questi anni è che spesso queste sono state finanziate con aumenti tariffari uguali per tutti indipendentemente dai redditi, con imposte di tipo regressivo, e con eliminazioni dai listini dei prodotti tradizionali più a buon mercato. Insomma, con misure a carico dei più poveri. Una vera beffa, considerato che i consumi a più alta emissione di inquinanti sono quelli di lusso.

In questo scenario, c’è il rischio concreto che nei circoli dell’alta finanza la questione ecologica perda il suo glamour. In quegli ambienti, la linea che è stata di Trump e che oggi è di Sunak potrebbe diventare sempre più rispettabile. E faremmo male a stupirci se prossimamente, a Davos, venisse persino invitato qualche negazionista del cambiamento climatico al posto di Greta Thunberg.

C’è qualche insegnamento che si può trarre da questa evidente fase di crisi delle politiche ecologiste? Uno di essi, piuttosto ovvio, è che la transizione ecologica può trovare il consenso delle masse solo se i suoi costi sociali vengono fatti ricadere non più sui salari ma sui profitti e sulle rendite. In altre parole, ci vorrebbe quella che potremmo definire una «legge di caduta ecologica del saggio di profitto». Una caduta capace di anticipare il rischio di catastrofe climatica.

Ci potremo arrivare con il libero mercato, come i circoli del capitalismo ecologista talvolta amano suggerire? Con buona pace delle fantasiose storielle sui benefici della cosiddetta «finanza verde», la risposta è negativa. Per quanto turbi gli animi dei ricchi, ecologisti o meno che siano, la soluzione potrà essere una soltanto: una versione, inedita e innovativa, di piano collettivo.

FONTE:https://ilmanifesto.it/perche-ai-capitalisti-non-piace-piu-il-green