Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condiviso sul suo account social Truth Social un video del bombardamento di Kharg, un’importante isola petrolifera iraniana. Il filmato mostra numerosi raid aerei contro la zona. Nel frattempo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha riferito che le infrastrutture petrolifere non hanno subito danni durante l’attacco.
Sul terreno, le agenzie iraniane raccontano una realtà di fumo e boati. L’agenzia Fars, citata da Al Jazeera, ha riferito di oltre quindici esplosioni udite sull’isola durante gli attacchi, pur confermando che le strutture petrolifere sono rimaste indenni e che le forze iraniane continuano a operare regolarmente dalla base. Un quadro di danni limitati, insomma, ma dal peso simbolico enorme.
Perché Kharg non è un’isola qualunque. A soli 28 chilometri dalla terraferma, qui transita il 90 per cento del petrolio che l’Iran esporta: quasi un miliardo di barili all’anno. Colpirla, anche solo militarmente, significa toccare il nervo scoperto dell’economia della Repubblica Islamica. E Teheran ha già fatto sapere, tramite i canali ufficiali, che non resterà a guardare. Il quotidiano britannico The Guardian riporta la reazione a caldo delle autorità iraniane: un attacco alle infrastrutture energetiche del paese provocherà ritorsioni simili contro gli impianti di proprietà delle compagnie petrolifere che cooperano con gli Stati Uniti nella regione. Una minaccia chiara, che allarga il perimetro del conflitto ben oltre i confini iraniani.
A gettare luce sulle dinamiche in atto è Liu Zhongmin, professore del Middle East Studies Institute della Shanghai International Studies University, intervistato dal Global Times. Secondo l’esperto, l’attacco a Kharg va letto come un’ulteriore escalation dello scontro per il controllo dello Stretto di Hormuz. “Se il confronto dovesse espandersi dagli obiettivi militari alle infrastrutture civili”, avverte Liu, “assisteremmo non solo a un’intensificazione delle ostilità, ma a una minaccia concreta per la sicurezza energetica globale”. Una linea rossa che, al momento, sembra essere stata evitata per scelta americana, ma che resta appesa a un filo sottile.
Le prossime mosse dipenderanno da un delicato equilibrio. Da un lato, la reazione iraniana e l’eventuale blocco dello Stretto di Hormuz; dall’altro, la risposta di Washington nei prossimi giorni. Intanto, il dispiegamento di 2500 marines e della nave d’assalto anfibio USS Tripoli in Medio Oriente, annunciato venerdì dal Pentagono, suggerisce che gli Stati Uniti si stiano preparando a uno scenario che, pur non configurandosi come una guerra di terra su larga scala, assomiglia sempre più a un’operazione speciale di lunga durata. Con Kharg Island trasformata da retroterra logistico a primo fronte di una crisi che non accenna a placarsi.





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