La portaerei Ford costretta a lasciare il Golfo, e intanto arriva l’ARG USA: indizi di assalto anfibio
di INSIDE OVER (Paolo Mauri)

La portaerei “Ford” sta lasciando la zona di operazioni del Golfo Persico per raggiungere Creta, dove verranno effettuati i lavori di riparazione a seguito dell’incendio scoppiato nella lavanderia della nave giovedì scorso. Secondo quanto riferito, il fuoco è divampato per 30 ore e ha causato il ferimento lieve di due marinai e l’intossicazione per inalazione da fumo di altri 200, lasciandone anche oltre 600 senza letto e costringendoli quindi a dormire sul pavimento e sui tavoli in altre zone della portaerei. Anonimi ufficiali della U.S. Navy, che hanno parlato con Reuters, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari dovrà restare a Creta per le riparazioni.
L’ombra del sabotaggio
La nave è in mare da quasi 10 mesi, quindi ben oltre il normale turno operativo di sei, e ha subito anche un’avaria al sistema di scarico delle acque reflue che ha comportato notevole disagio a bordo. Secondo quanto riferito dagli stessi marinai, questo problema si ripresenta ogni volta che la portaerei prende il mare. L’umore a bordo quindi non sembra essere dei migliori, al punto che la U.S. Navy ha aperto un’inchiesta per indagare sulla possibilità che l’incendio fosse di origine dolosa, innescato da qualche marinaio particolarmente sconfortato dall’idea di prolungare la missione per ulteriori settimane in condizioni non proprio agevoli.
Come vi abbiamo già raccontato, lo spostamento della LHA (Landing Ship Assault) “Tripoli” dal Mar delle Filippine al Medio Oriente, potrebbe facilmente rispondere all’esigenza di sostituire la portaerei “Ford” in zona di operazioni, in attesa che il CSG della portaerei “G.H.W. Bush” venga pronto (mancherebbero ancora almeno 10 settimane in condizioni normali, ma riteniamo che vengano accelerati i tempi della JTFEX).
Eravamo giunti a questa conclusione considerando il gruppo di volo imbarcato, costituito da circa 19 F-35B, e soprattutto osservando che il “Tripoli” stava navigando nel Mar Cinese Meridionale con rotta verso lo Stretto della Malacca accompagnato da due cacciatorpediniere e privo delle altre unità navali che compongono il suo ARG (Amphibious Ready Group).
In realtà, ulteriori evidenze satellitari acquisite il 17 marzo, mostrano che circa 40 chilometri dietro il “Tripoli” sta navigando una LPD (Landing Platform Dock), il “New Orleans” della classe San Antonio. Non è invece ancora visibile l’altra LPD che compone l’ARG, ovvero il “San Diego”. Ancora più inusuale, la scorta del “Tripoli” ha fatto dietro-front quando la nave ha imboccato il tratto di mare che conduce allo Stretto della Malacca (dopo l’arcipelago di Riau), aprendo a domande sul perché di una tale decisione in avvicinamento a un collo di bottiglia tra i più trafficati del mondo. Forse dal Mare Arabico sono partiti altri cacciatorpediniere per incontrare le due navi? Per il momento non è possibile saperlo.
Se operazione anfibia sarà, non sarà in Iran
La mossa dell’U.S. Navy apre però un’altra questione ancora più problematica: si sta preparando uno sbarco del MEU (Marines Expeditionary Unit) imbarcato sull’ARG? Come vi avevamo anticipato, i mezzi da sbarco anfibi, e i veicoli terrestri utilizzati dai 2200 soldati del MEU sono per la maggior parte imbarcati sulle due LPD che accompagnano il “Tripoli”, e anche gli stessi Marines sono distribuiti sulle tre navi.
Il “San Diego” seguirà le altre due unità navali in quella che sembra essere una mossa per confondere le acque? Lo stesso dispiegamento in Medio Oriente dell’ARG è una decisione presa per depistare gli iraniani e gli osservatori internazionali? Spostare un gruppo navale da assalto anfibio non è una manovra da poco, sia per quanto riguarda il costo finanziario dell’operazione, sia per quanto riguarda il costo strategico: il delicato settore del Pacifico Occidentale ora rimane sostanzialmente sguarnito, con la portaerei “George Washington” in porto a Yokosuka per ultimare lavori di manutenzione.
La decisione di spostare l’ARG in Medio Oriente risponde a una manovra politica per mettere pressione sull’Iran? Difficilmente Teheran cederà a pressioni simili considerando la sostanziale tenuta del regime nonostante le pesanti menomazioni subite al suo apparato militare a seguito della campagna aerea israelo-statunitense in corso.
Il Pentagono sta valutando un possibile sbarco anfibio in una delle isole dello Stretto di Hormuz (Qeshm la più grande ma iraniana) o nell’estremo nord della penisola di Musandam (Oman) per instaurare una “contro-bolla” di interdizione capace di proteggere il traffico navale? Plausibile quest’ultima come ipotesi, soprattutto se viene ottenuto il benestare dell’Oman: uno sbarco anfibio permette di dispiegare un elevato numero di uomini e mezzi in tempi più brevi rispetto a un ponte aereo, e permette quindi di effettuare un’azione “imprevedibile” per la reazione avversaria rispetto a un aviosbarco su un aeroporto.
L’ARG doppierà Hormuz per sbarcare i Marines sull’isola iraniana di Kharg che è un importante terminal petrolifero? Poco plausibile, considerando i rischi associati al transito per Hormuz e allo sbarco stesso.
Se sbarco anfibio sarà, quindi se vedremo anche la LPD “San Diego” dirigersi verso il Medio Oriente, e se l’ARG si ricomporrà insieme a un’adeguata scorta fornita dai cacciatorpediniere e sottomarini già presenti nell’area, è probabile che sia nella penisola omanita. Un’azione simile fornirebbe anche ai Marines una preziosa esperienza di capacità di “contro-bolla”, per la quale si stanno esercitando da tempo in forza di un importante sovvertimento di dottrine e conseguente acquisizione di nuovi sistemi d’arma. Un percorso che hanno intrapreso dal 2020 per recuperare la loro vocazione prettamente anfibia dopo la lunga parentesi afghana, col fine di contrastare le bolle Anti Access / Area Denial cinesi nel Pacifico Occidentale.





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