Oggi i prezzi dei due principali contratti petroliferi, il Brent europeo e il West Texas Intermediate americano, sono scesi entrambi sotto i 100 dollari al barile: i mercati hanno reagito positivamente ai negoziati tra gli Stati Uniti e l’Iran, che potrebbero portare a un accordo per la fine della guerra.
Lo stato reale delle cose
Per il momento, tuttavia, non sono stati fatti dei progressi concreti in questa direzione.
I colloqui di Islamabad sono finiti senza alcuna intesa, innanzitutto. La marina militare americana, poi, ha bloccato a sua volta lo stretto di Hormuz – l’obiettivo è impedire il passaggio anche alle navi iraniane e a quelle autorizzate dal regime, per danneggiare economicamente Teheran – e ha fatto sapere di voler chiudere anche il golfo dell’Oman e il mar Arabico: l’offerta petrolifera potrebbe ridursi ulteriormente, quindi.
L’Iran, in risposta, ha detto che attaccherà i porti dei paesi affacciati sul golfo Persico.
Le parole di Trump e del direttore dell’AIE fanno calare il petrolio
Il presidente americano ha dichiarato però che sia gli Stati Uniti sia l’Iran vogliono raggiungere un accordo. Tanto è bastato a distendere i mercati energetici: il prezzo del petrolio Brent è sceso a 98,5 dollari al barile e quello del West Texas Intermediate a 97,4 dollari.
Ad alimentare l’ottimismo sono state anche le parole del direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, secondo cui potrebbe non essere necessario un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve dei paesi membri dell’organizzazione, che a marzo avevano deciso di immettere sul mercato 400 milioni di barili in tutto. Birol ne aveva parlato come di un intervento emergenziale, che avrebbe permesso di guadagnare tempo ma non di risolvere la situazione: la crisi sarebbe rientrata solo con lo sblocco dello stretto di Hormuz, per il quale passa ogni giorno – in condizioni normali – un quinto di tutto il greggio trasportato per mare.
La visione di Tabarelli
La situazione è indubbiamente grave, ma forse “non è così drammatica come ci si sarebbe potuto aspettare” nonostante la chiusura della via d’acqua più importante al mondo per il commercio dei combustibili fossili: lo ha scritto sul Sole 24 Ore l’economista Davide Tabarelli, fondatore di Nomisma Energia e commissario di Acciaierie d’Italia.
“La grande differenza oggi rispetto agli anni ’70”, cioè agli shock petroliferi del 1973 e del 1979, spiega, “è che non c’è quella diffusa certezza di scarsità che dominava in tutte le riflessioni economiche del futuro di allora”. Al tempo “c’era la certezza che le risorse non sarebbero bastate per la crescente popolazione, allora a 3,5 miliardi”. Oggi siamo molti di più, oltre 8 miliardi di persone, ma le riserve di gas e petrolio – cioè le due fonti energetiche direttamente toccate dalla crisi nel golfo Persico – “sono state in costante aumento negli ultimi 50 anni […]. Mai come adesso c’è stato tanto petrolio al mondo”.
Anche la distribuzione geografica dell’offerta di idrocarburi è meno concentrata: il peso del Medioriente si è notevolmente ridotto rispetto agli anni Settanta ed è aumentata la produzione in Sudamerica, in Africa e soprattutto negli Stati Uniti, oggi i maggiori produttori di greggio e gas naturale al mondo.
“Il mondo è pieno di petrolio e gas”, conclude Tabarelli: “si tratta solo di velocizzare la realizzazione di strutture che evitino Hormuz, ci vorrà tempo, forse dovremmo fare anche dei razionamenti nei prossimi mesi, o addirittura distruggere domanda con recessione, ma sarà un sacrificio momentaneo, con ferite più facili da guarire rispetto a quelle degli anni ’70″.






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