Silvia Salis e la nuova falsificazione borghese
da FERDINANDO PASTORE (Pagina Facebook)

Mentre il mondo trema irrompono nella scena dell’avanspettacolo carnevalesco nazionale i piedini dondolanti e le scarpette color turchese di Silvia Salis. Quel turchese zuccheroso e il più rigoroso blu di Prussia dell’esterno sono tonalità capaci di guardare, contemporaneamente, al rampantismo mondano delle metropoli cosmopolite anni Novanta, incarnate perfettamente dalla New York di “Sex and the City”, e alla regalità fiabesca e un po’ incantata della principessa Sissi.
Nel vuoto ideologico prodotto dai vincoli esterni il politicare italiano si affida alla capacità affabulatoria delle agenzie di comunicazione, quelle che riproducono instancabilmente un già detto, una ripetizione indefinita di concetti ormai affaticati, consumati dal nuovo irrompere della Storia. E così ecco questa muscolarità profumosa, illanguidita, che si muove in un laboratorio di altissima produttività, ma che è anche capace di micro break distensivi che impreziosiscono la raffinatezza commerciale del messaggio.
Nello sporgere i piedini nudi dal bracciolo della poltroncina dell’ufficio si vorrebbe accarezzare l’esplicito e, allo stesso modo, sedurre il non detto, in una proiezione ammiccante della presentabilità professionale del soggetto. Il marketing politico, in assenza di grandi speranze da vendere a buon mercato, si riduce a comporre queste pose intristite che manieristicamente affrescano il piano, ormai inclinato, della sfera privata. Un privato che soggiace alla necessità manageriale di capitalizzare l’esperienza pubblica. Come se fossimo ancora nella Berlino dei pirati informatici, quando i creativi e i nerd si presentarono come la nuova classe rivoluzionaria o nella Wall Street di Gordon Gekko.
Scompare quel “doloroso pudore”, per dirla alla Curzio Malaparte, proprio della vecchia società precettistica e della negazione. Al suo posto si affaccia questa teatralità imbalsamata che descrive una superficialità impegnata, accigliata, rigorosa nel rappresentare maschere. Un fare robotico assimilabile alla retorica degli influencer digitali, capace di materializzare l’incorporeo, di ricomporre la rigidità comunicativa dell’inorganico, in uno solo essere vivente.
Silvia Salis rappresenta un vero e proprio esperimento sociale che rinnova la storica predisposizione alla falsificazione dei grandi borghesi. In questo modo le battaglie ideologiche, le lotte sociali, le conquiste si annienteranno arrese nel corpo indistinto della società civile. Si fa ricorso alla mitopoiesi di Shonda Rhimes e delle sue eroine patinate, dal carisma mascolinizzato, che annunciano l’avvento della perfezione tecnologica e, di conseguenza, la ricerca illusoria dell’immortalità.
Non è un caso che tra i grandi eventi per la città di Genova spicchi il raduno techno per il dj set di Charlotte de Witte. Lì, in quella piazza, Silvia Salis si è presentata con sguardo fiero. Genova è città per i giovani. Giovani da mandare a morire nel macello della guerra ma che oggi, in quell’attimo rappresentato dall’eterno presente, potranno assaporare quella libertà tenuta al guinzaglio, propria dell’euforia psichedelica quando la musica batte la cassa dritta.
FONTE: https://www.facebook.com/share/p/1RMbJcNdC3/





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