L’eredità del 10 febbraio 1947

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6 Risposte

  1. leprechaun ha detto:

    Ma Benedetto Croce chi? Quello che votò la fiducia al governo Mussolini a partire dalla Marcia su Roma fin dopo il delitto Matteotti? Oppure il filosofo dialettale del “i gungetti nin zo’ caciocavalli appisi”?

  2. Paolo Di Remigio ha detto:

    Comunque uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento. Non credo che lei, con il suo facile disprezzo, riuscirà a fare meglio.

    • leprechaun ha detto:

      Un “intellettuale” che fuori della provincia italiana è del tutto sconosciuto (fortunatamente). Un idealista hegeliano con un secolo di ritardo. Ah, mi sono dimenticato un’altro dei “meriti” del compagno Benedetto Croce: la propaganda al referendum sulla monarchia a favore della monarchia.
      La rovina intellettuale del Paese Italia è stata fatta dall’idealismo di Gentile e di Croce (il primo ad un livello intellettuale molto superiore al secondo) che ha improntato l’insegnamento nelle scuole italiane, dove è stata insegnata la storia di un mondo mai esistito, dedotto dalle categorie dello spirito. Altra rovina gli “intellettuali di sinistra” crociani, spesso tali a loro insaputa. E così leggiamo continuamente la parola “liberismo”, che esiste solo nella lingua italiana, quando tutto il resto del mondo la chiama “liberalismo” (o
      “classical liberalism” in inglese). Ma chissà perché non si può dire in Italia “liberale” o “neoliberale” come fanno in tutto il resto del mondo. Perché no, sul liberalismo non si puòoo! È come l’orso Panda, non lo si può toccare! La sparizione di ogni forma di sinistra in Italia che rimonta ai primi anni ’90 è il lascito di questa eredità.

  3. Paolo Di Remigio ha detto:

    Non sono un estimatore né di Croce né di Gentile: sono il primo a conoscere l’enorme distanza che separa Hegel dal neoidealismo. Ho citato Croce solo per mostrare come alla Costituente si sia vissuto il Trattato di pace come un trauma. Tuttavia il suo intervento è zeppo di errori (sorvolo su quello ortografico). Li elenco: quanto al provincialismo, il neoidealismo fu un movimento europeo (vi appartiene anche Bergson e la stessa fenomenologia husserliana ne ripete l’impostazione) e Croce fu il filosofo italiano più noto all’estero nella prima metà del Novecento; quanto all’attuale rovina intellettuale del paese, essa ha il marchio dell’esterofilia ed è un frutto dell’allegra rinuncia degli italiani alla sovranità; quanto alla scelta referendaria, votarono per la monarchia quasi la metà degli italiani – era una scelta legittima, non un delitto. Quanto alle categorie dello spirito, ogni scienza è applicazione di categorie al materiale empirico e non si capisce cosa ci sia di illegittimo nell’applicare quella di spirito. Infine, quanto alla distinzione tra liberalismo e liberismo, essa può avere una sua legittimità: liberalismo è la difesa dei diritti civili, liberismo è la distruzione dei diritti sociali nel nome di quegli stessi diritti.

  4. leprechaun ha detto:

    Vado in ordine sparso, altrimenti facciamo l’Enciclopedia Treccani.
    La scienza non è l’applicazione di categorie al materiale empirico. È una cosa un po’ più complessa. Perché, lo dico a lei che è un idealista, non è vero che “il razionale è reale e il reale è razionale”. La scienza è in totale antitesi con l’idealismo, perché è piuttosto materialista. Quanto alla notorierà di Croce, certo, data la scarsezza della popolazione filosofica, Croce era forse il più noto (o il meno ignoto) fino alla metà degli anni 90, non ho statistiche. Ma a me è capitato di vedere facce interrogative al suo nome in diversi “Cafés des philosophes” in giro per l’Europa, a suo tempo. Oggi non lo ricorda più nessuno. E pour cause, aggiungo.
    Quanto al referendum, certo che non era un delitto. Non sto accusando Croce di avere mangiato bambini. Sto sottolineando la sua “lungimiranza” e lucidità politica, per così dire. Immaginate un’Italia del dopoguerra sotto i Savoia.
    Quanto al liberalismo e al liberismo, il liberalismo non è “la difesa dei diritti civili”, che era propria anche dei comunisti, dei democratici, dei socialisti, dei repubblicani e di tanti altri (non sto parlando solo dell’Italia, ma dell’europa intera tra ‘800 e ‘900), cioè di quelli che fino a Jean Jauèrs incluso erano considerati come sinonimo di “sinistra” (come ci ricorda anche Boris Souvarine). Il liberalismo (in Francia è quasi un insulto) come recita una nozione vecchia come il cucco, include la diffidenza verso la democrazia (e la tendenza all’alleanza coi conservatori), ed agli inizi anche l’avversione, perché la forma di governo preferita era un dispotismo “illuminato” (éclairé, per essere esatti, perché illuminé anche lui è un insulto, in Francia). E questo perché “il popolo” avrebbe finito per eleggere il suo tiranno, cadendo vittima dei suoi imbrogli e delle sue vacue promesse, non avendo sufficienti strumenti per giudicare (che era poi la posizione tipica degli enciclopedisti, ma questi pensavano a cavallo della caduta dell’Ancien Régime, quando il popolo era fatto di servi della gleba). Fu Toqueville a renderla “accettabile” ai liberali (purché a condizione di una previa instaurazione di una “democrazia economica”, ovvero la creazione di un ceto medio “colto” e “agiato” numericamente prevalente), con la sua disamina della democrazia USA. Che è poi il pensiero di Milton Friedman, che dichiarava che il capitalismo era il presupposto necessario (e anche sufficiente!) della democrazia. Giustificando così il suo intervento a supporto del governo Pinochet ed altri.
    Niente a che vedere tutto ciò con la concezione di Raspail e delle suffragette, cioè degli inventori della democrazia (suffragio universale) così come la si intende ovunque, salvo l’Italia, dove si pensa significhi “votare” (ed anche “non trattare male la servitù”).
    Si domandi ora come mai la parola “liberismo” esiste solo nella lingua italiana. Non esiste in francese, in castigliano, in catalano, in portoghese, in inglese, né in tedesco.
    Esiste in italiano perché – consapevolmente o meno – bisogna salvare il “liberalismo”, il “compagno” Benedetto Croce, l’antifascista (sic!). Per concludere, che a Croce si rifaccia un liberale a me va benissimo. Ma non si azzardi a farlo qualcuno che si dichiara di sinistra, per quello che questa parola significa e ha sempre significato nella storia del pensiero politico europeo (e non solo, anche USA) fin dalla rivoluzione francese, perché lo querelo per diffamazione.

  5. Paolo Di Remigio ha detto:

    Lei continua a non capire perché è troppo pieno di sé per potersi chinare a leggere: ho scritto che Croce FU, non È, il filosofo italiano di maggiore notorietà all’estero; e che la citazione non implica affatto una mia convergenza filosofica con il neoidealismo, ma serve da testimonianza del trauma inflitto dal Trattato di pace ai costituenti (potevo citare qualcun altro, ho preferito Croce perché lo esprimeva meglio). Quanto al liberalismo, lei non si rende conto che diritti civili e diritti sociali sono in contrasto: il primo diritto civile è la proprietà, l’assolutizzazione del diritto di proprietà, quale per esempio si esprime nelle teorie contrattualistiche del potere dello Stato o nella finalizzazione esclusiva delle scelte delle imprese agli interessi degli azionisti, è il liberismo; viceversa, il socialismo consiste nell’assolutizzazione dei diritti sociali innanzitutto a costo della proprietà privata. Entrambi, socialismo e liberismo, producono mostri: non solo affermano come assoluto ciò che è condizionato; applicati, si risolvono nella negazione di se stessi: il liberismo, da difesa della persona e della proprietà privata, diventa espropriazione universale e schiavismo; il socialismo, da difesa del lavoro, diventa regime poliziesco che distribuisce la povertà.
    Quanto alla questione epistemologica, l’identità di ragione ed effettività (meglio di ‘realtà’) è appunto la scienza; oppure vuole negare che lo sforzo scientifico sia razionale, che gli scienziati pensino?

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