L’Accademia delle Scienze a Mosca.

 

La teoria secondo cui il riscaldamento climatico può essere osservato nell’insieme del pianeta e sarebbe provocato dall’attività umana è stata divulgata dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC), una commissione delle Nazioni Unite.

Non sono competente in materia e non mi permetto di giudicare la veridicità di questa teoria, però sono esperto di politica internazionale, quindi in grado di valutare l’operato della commissione delle Nazioni Unite.

Una decina di anni fa scrissi che, come dice la denominazione, il GIEC non è affatto un’accademia di eruditi, ma un gruppo intergovernativo [1]. Le sue conclusioni non sono perciò frutto di ricerca scientifica, ma di dibattito politico.

Il GIEC fu istituito per iniziativa del primoministro britannico Margareth Thatcher, che aveva bisogno di sostegno alla sua battaglia contro il sindacato dei minatori. Le conclusioni del GIEC non furono quindi una sorpresa: il carbone è dannoso per l’ambiente, il nucleare è invece auspicabile. Non un teorema scientifico, ma una presa di posizione politica.

Nella stessa inchiesta feci anche notare che i diritti di emissione di gas a effetto serra non furono un’iniziativa intergovernativa, ma nacquero da un’idea della Joyce Foundation, messa in atto da Climate Exchange Ltd. [2]. Ogni Stato redige la propria legislazione e riceve un determinato quantitativo di diritti di emissione, che ripartisce tra le imprese. Le aziende che li sfruttano parzialmente possono vendere quelli non utilizzati alla Borsa per il Clima di Chicago [Chicago Climate Exchange].

Lo statuto della Chicago Climate Exchange venne redatto da un giurista della Joyce Foundation, all’epoca sconosciuto: un certo Barack Obama, futuro presidente degli Stati Uniti. L’appello agli investitori per il lancio della Borsa fu organizzato da Al Gore, futuro vicepresidente degli Stati Uniti, e da David Blood, ex direttore della banca Goldman Sachs. Possiamo giudicare queste persone militanti ecologisti in buona fede o truffatori di alto bordo, è questione di punti di vista.

Con il tempo questo strumento politico si è ammantato di veste scientifica e buone intenzioni, sicché è arduo discuterne le affermazioni. Esiste tuttavia una teoria scientifica alternativa che spiega il riscaldamento climatico, enunciata dal geofisico Milutin Milankovic nel periodo tra le due guerre mondiali.

L’orbita della Terra varia secondo tre cicli naturali: l’eccentricità, l’obliquità e la precessione degli equinozi. Ogni variazione segue un ciclo che dura da 20 mila a 100 mila anni, assolutamente calcolabile. Queste tre variazioni combinate influiscono sull’insolazione della Terra, quindi sul suo clima. La teoria fu confermata nel 1976 dall’analisi dei carotaggi glaciali eseguiti durante la trivellazione di Vostok (Antartico). Però non spiega tutto.

L’Accademia delle Scienze di Russia ha recentemente enunciato una terza teoria, anch’essa basata sullo studio della natura: «La principale causa delle catastrofi climatiche locali è l’emissione crescente d’idrogeno naturale, causata dalle forze gravitazionali alternate della luna e del sole, che provocano buchi nello strato di ozono. Il conseguente rialzo delle temperature e la mescolanza di ozono e idrogeno sono le principali cause degli incendi di foreste e steppe» [3].

Dunque l’Accademia delle Scienze russa non solo mette in discussione il dogma del GIEC, contesta anche gli strumenti finalizzati a ridurre i buchi nello strato di ozono: la Convenzione di Vienna e il Protocollo di Montreal, «la cui attuazione ha distrutto intere aziende del settore chimico senza minimamente intaccare l’estensione dei buchi d’ozono, che continuano ad aumentare».

La teoria dell’Accademia delle Scienze russa si fonda anche sul principio che il riscaldamento climatico è un fenomeno non omogeneo, ossia diverso secondo le regioni del mondo. È stato infatti rilevato che, diversamente da uno stereotipo largamente diffuso, la temperatura dell’oceano Pacifico si abbassa [4].

I risultati delle ricerche dell’Accademia delle scienze russa saranno presentati alla COP-28, che si terrà a Dubai tra fine novembre e inizio dicembre prossimi. È già in corso una battaglia politica per mettere a tacere gli scienziati russi, imperniata sulla nomina del presidente, figura che potrà concedere oppure no facolta di parola, dunque d’imbavagliare gl’importuni. La nomina spetta al sovrano degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, che ha designato il ministro dell’Industria, Sultan al-Jaber. Parlamentari statunitensi ed europei hanno immediatamente scritto al segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, chiedendogli di opporsi alla scelta. Come sempre accade, la motivazione addotta non ha alcun rapporto con il vero scopo. Obiettano infatti che, essendo Sultan al-Jaber oltre che ministro anche presidente dell’Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), non sarebbe giudice super partes; raccomandano quindi la designazione di un lobbysta delle energie non-fossili. Anch’egli non super partes, però schierato dalla parte giusta, la loro.

Se agli scienziati russi sarà consentito presentare alla COP-28 i loro studi è probabile che l’assemblea si spaccherà. Non già in base a criteri scientifici, ma politici: quelli che stanno dalla parte degli anglosassoni contro quelli che stanno dalla parte della Russia, cioè con il resto del mondo. Indubbiamente il dogma del GIEC non tarderà a diventare il chiodo fisso degli Occidentali e lo zimbello del resto del mondo.

Traduzione Rachele Marmetti