E' necessario sottrarre al grande capitale il potere di formare l'opinione pubblica

Potrebbero interessarti anche...

Nessuna risposta

  1. Marco ha detto:

    caro Stefano, ma 700mila copie sono pure troppe!

    Seriamente, l’articolo mi pare ben argomentato e scritto, in
    definitiva inoppugnabile.
    Quel che segue non è un distinguo, ma solo un’osservazione: da persona
    che ci lavora dentro da tempo, posso assicurare che fare un giornale
    costa un sacco di tempo e lavoro, e farlo bene anche di più. Il
    riferimento che fai tra parentesi (“in realtà gran parte del prezzo è
    pagata dalla pubblicità”) è azzeccatissimo: infatti il giornale in cui
    lavoro ricava tra il 7 e il 15% dal prezzo di copertina, il resto in
    vari modi, non li conosco tutti, ma certo non solo dalla pubblicità.
    Per inciso, quasi ogni articolo che esce su un quotidiano generalista
    cioè non dichiaratamente d’opinione è una pubblicità: restano fuori
    dal novero solo il Foglio il Riformista e pochi altri.
    Un giornale generalista, sostenuto solo dal prezzo di copertina, per
    sopravvivere dovrebbe costare quindi dalle 7 alle 12 volte in più,
    quindi dai 7 ai 12 euro al giorno.
    Si capisce che il prezzo sarebbe improponibile. Diciamo che tutto il
    modello, passato dalla scure che proponi tu, risulterebbe obsoleto. E
    forse lo è davvero, non dico di no.

    Propongo una alternativa e una divagazione, senza svilupparli per non
    andare off-topic:
    1) Il passaggio della stampa generalista su internet è segnato da vari
    tentativi negli ultimi anni, spesso andati male; i costi di stampa e
    distribuzione stanno sfiancando il prodotto; credo che l’unico futuro
    che i quotidiani cartacei cui siamo abituati possono avere sia su
    internet, con una homepage gratuita che riassume per sommi capi i
    titoli e un tanto ad articolo aperto versato dal lettore, diciamo 1
    centesimo, o 10 centesimi, si vedrà.
    Un po’ come quando si acquista una canzoncina su iTunes di Apple, per
    chi lo conosce.
    2) Riguardo a quanto proponi tu, cioè un prodotto industriale che
    costa quel che rende direttamente: ti rendi conto che in un circuito
    variamente irrelato di fonti e destinatari, e in un mercato traversato
    da un numero altissimo e crescente di fonti a disposizione del lettore
    delle quali parecchie gratuite anche se non fidate e attendibili, il
    prezzo di copertina di un giornale diventa quasi un “plusvalore” o
    meglio un “minusvalore”, in termini economici “classici”; un
    minusvalore semplicemente come costo: quanto è disposto un lettore a
    pagare sulla fiducia – prima di avere accesso all’informazione –
    quella stessa informazione proveniente da una fonte che lui considera
    affidabile.
    So che non è la stessa cosa, ma prova a pensare all’università – per
    fare un esempio a te più vicino – che costa allo studente quel che
    rende all’amministratore: non ho sottomano i bilanci ministeriali, ma
    avendo sentito parlare dei debiti dei singoli atenei, penso che
    parliamo di rette ben al di sopra di quelle della Louis, e parliamo
    della fascia di reddito più bassa, quella che ora costa un migliaio di
    euro l’anno. Anche qui ora come ora, mi vien da dire: improponibile!

    Infine sulla pubblicità in tv non ho niente da dire, ma non credo si
    possano affiancare in tutto e per tutto i tiggì delle tv nazionali
    pubbliche e private ai grandi giornali generalisti.

    un saluto
    Marco

  2. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Marco,

    proseguo il dialogo rispondendoti in tre punti:

    I) fare un giornale costa un sacco di tempo e lavoro anche perché il giornale è pieno, come tu hai osservato, di articoli che in realtà sono pubblicità (a politici, cantanti, attori, imprenditori, a società che stanno per quotarsi in borsa, e così via). Sono certo che tu concorderai con me che se nessuno più potesse scrivere questi articoli, perché renderebbero il giornale antieconomico (sto ipotizzando che sia stata vietata la pubblicità), non si avrebbe alcuna perdita per i cittadini (salvo per il cantante, l’imprenditore, l’attore, il politico, da un lato, e il proprietario del giornale, da un altro). Insomma se il corriere della sera e La repubblica fossero giornali di dieci pagine al giorno non vedo quale grave conseguenza ne deriverebbe.

    II) è vero che negli Stati Uniti d’America il calo dei lettori (che fa perdere pubblicità ed entrate), abbinato alla diffusione di internet (che attira pubblicità e toglie altre entrate ai giornali), con l’aggiunta della grave crisi economica (che fa diminuire anch’essa la pubblicità e gli incassi dei giornali) ha reso palese a tutti che la maggior parte dei grandi quotidiani dovrà trasferirsi su internet (anche se non è ancora provato che i lettori pagheranno per leggere quei quotidiani e non si sposteranno, in parte sempre maggiore, verso i blog). E tuttavia non mi sembra una ragione legittima per non porre il problema politico sollevato dall’articolo: perché non tutelare la libera manifestazione del pensiero di tutti i cittadini e dunque il principio di uguaglianza sostanziale togliendo al grande capitale il potere di formare l’opinione pubblica? Perché attendere che la rivalutazione della parola, del pensiero e dell’uguaglianza consegua, sia pure soltanto in parte, al combinarsi della situazione economica e della evoluzione tecnologica?

    III) Per quanto riguarda l’Università, il discorso è complesso, ma non credo che si possa mai ammettere che le Università abbiano entrate dalla pubblicità; d’altra parte l’università pubblica deve essere finanziata dalla fiscalità generale. Ciò è vero, al più per la televisione pubblica (ma qui dovremmo iniziare un discorso completamente diverso). Mentre le iniziative editoriali devono riuscire a soddisfare il requisito della economicità (salvo che qualcuno sia deliberatamente disposto a perdere i propri soldi). Ci siamo abituati a giornali che vendevano anche un milione di copie e che erano composti da ottanta pagine con l’aggiunta di inserti nonché a canali televisivi che trasmettono 24 ore su 24. Siamo sicuri che se questi giornali e questi canali televisivi “omogeneizzanti” non esistessero più (ed esistono soltanto grazie alla pubblicità: il nostro presidente del consiglio è in primo luogo un venditore di pubblicità; questo non dobbiamo scordarlo), la possibilità di informarsi dei cittadini e la capacità critica per riflettere sulle informazioni sarebbero pur in minima parte compromesse? Io credo chee non sarebbero minimamente compromesse.
    Stefano

  3. Giuseppe Piluso ha detto:

    Osservando la realtà attuale non si può far altro che constatare l’assoluta dipendenza dalla logica imprenditoriale ed economica che regge l'”informazione” del nostro Paese.. se pur è vero che un giornale generalista privo di sostegni pubblicitari avrebbe un costo più elevato mi chiedo se non sia un dovere per uno Stato democratico fondato sul parlamento e non sul governo impedire che lobby economiche possano influenzare non solo l’economia ma anche le coscienze civili? se la risposta è positiva non posso che constatare la mancanza di riflettori su problemi che la nostra società potrebbe risolvere alla radice attraverso partiti forti che vogliano il bene comune e non la gestione di fondi europei o nazionali volti ad alimentare il sistema clientelare. In tal senso, l’auspicio è che questo sito internet, nodo di un’informazione libera e aperta alle critiche, possa costituire quel “grimaldello” necessario a risvegliare la società italiana dal torpore che attualmente l’avvolge.
    Giuseppe

  4. Rossella ha detto:

    Sono d’accordo con te Giuseppe, anche se credo che sia necessario passare ad una politica attiva per poter risvegliare la società italiana.
    Rossella

  5. Giuseppe ha detto:

    Cara Rossella,
    la “politica attiva” intesa come costituzione di un partito politico che rappresenti davvero la società italiana nella sua più alta rappresentatività costituisce, secondo me, un traguardo che può raggiungersi solo dopo aver scosso le coscienze critiche del nostro Paese. Occorre, in altre parole, preparare il terreno culturale su cui poggiare le fondamenta di un eventuale futuro partito. Tale obiettivo può raggiungersi solo mediante un’attività di denuncia che solo un’informazione davvero libera e avulsa da un controllo delle lobby può realizzare.
    Giuseppe

  6. Gianni ha detto:

    Domanda: ma se si volesse partecipare attivamente al sito? Intendo come redattore.

  7. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Gianni,
    non vedo ostacoli e anzi sono felice di aver ricevuto questa prima proposta.
    Intanto direi che potresti scrivere un articolo e inviarlo a appelloalpopolo [at] gmail . com. Oppure, se preferisci, scrivi a quell’indirizzo una mail in cui proponi uno o altro argomento.
    Tieni conto che noi conosciamo la censura. Siamo la rivista “organica” del partito che non c’è. Il Manifesto ci serve a dare coerenza e organicità al complesso degli articoli: segnala temi e fissa confini.
    Attendiamo il primo contributo, lo valuteremo, eventualmente ci lavoreremo su e poi lo pubblicheremo. Ciao

  1. 10 ottobre 2010

    […] diventato. Perciò non possiamo che ripetere ciò che già abbiamo scritto: E’ necessario sottrarre al grande capitale il potere di formare l’opinione pubblica (http://www.appelloalpopolo.it/?p=163). E per far ciò è necessario che le entrate […]

  2. 11 ottobre 2010

    […] non possiamo che ripetere ciò che già abbiamo scritto: E’ necessario sottrarre al grande capitale il potere di formare l’opinione pubblica (http://www.appelloalpopolo.it/?p=163). E per far ciò è necessario che le entrate pubblicitarie […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *