Basta con gli esperti

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11 Risposte

  1. Paolo Querini ha detto:

    Ho letto recentemente il libro "Shock economy" di Naomi Klein
    E' un testo molto chiarificante che risale al 2007, dunque a molto prima che tutto succedesse.
    Vi si spiega cosa esattamente facciano e che discipline applichino gli esperti modello Monti. Il loro mentore si chiama Milton Friedman ed il primo luogo dove ha avuto mano libera per applicare le sue teorie é il Cile di Pinochet
    Se avrete la curiosità di leggerlo realizzarete che non é per pressapochismo che gli esperti fanno danni: si tratta di cosa assolutamente voluta e scientemente provocata

  2. stefano.dandrea ha detto:

    Paolo grazie per il tuo commento. Mi scuso con te perché soltanto ora mi sono ricordato che qualche giorno fa avevi sollevato un interrogativo al quale non ho risposto.

  3. Paolo Querini ha detto:

    No problem   :)
    Nel frattempo ho trovato anche il documentario con la conferenza della Klein

    Un saluto:       P.

  4. Eugenio Orso ha detto:

    Esperti, tecnici, “tecnocrati”, “eurocrati” …
    Non è una novità, nella storia del capitalismo, e gli studi sulla “tecnocrazia” sono già un po’ datati.
    L'espressione "tecnostruttra", da cui derivano le varie "tecnocrazie" e i gruppi di "tecnocrati", è stata diffusa dall'economista americano J. K. Galbraith una quarantina e più di anni fa (in Italia è arrivata un po’ dopo, come sempre) definendo “Il nuovo stato industriale”.
    In ciò vi è la considerazione del cambiamento di fase capitalistico, iniziato in America già negli anni trenta, che ha portato dalla proprietà borghese direttamente impegnata a gestire le attività produttive (dal “padrone delle ferriere”, per intenderci) al cosiddetto capitalismo manageriale, con gruppi di manager che gestivano gli organismi produttivi non essendone proprietari, ma secondo Galbraith c’era dell’altro e di più, perché in realtà la decisione da quel momento in poi ad una collettività (la “tecnostruttura”, appunto) che decide, e perciò il potere passa dall’imprenditore/ “padrone delle ferriere” proprio alla “tecnostruttura”.
    Da qui “tecnocrati”, spesso chiamati impropriamente (impropriamente secondo il discorso fatto a suo tempo da Galbraith), in relazione ai governi imposti dall’esterno a paesi come Italia e Grecia, ed in relazione ai vertici della UEM/ BCE e simili, “eurocrati”.
    In effetti, Raymond Aron osservando la società industriale usava l’espressione più propria – se la mettiamo in relazione con il presente – di “struttura tecnico-burocratica”, contemplando così anche l’aspetto politico (e sociale) e non soltanto l’aspetto economico, o quello tecnologico.
    Come ragionano i “tecnocrati”, o meglio i “tecno-burocrati”?
    Per rispondere ricorrerei agli studi di J. F. Lyotard e al suo Rapporto sul sapere della fine degli anni settanta: secondo Lyotard, che citava Parson, «Un processo o un insieme di condizioni o “contribuisce” alla conservazione (o allo sviluppo) del sistema, oppure è “disfunzionale” nel senso che attenta all’integrità e all’efficacia del sistema.» E subito dopo Lyotard scriveva: «E’ un’idea che anche i “tecnocrati” condividono.»
    Ma cosa fa Monti, con la sua banda di “tecnocrati” o “tecno-burocrati” (secondo Aron) che sono anche politici, se non garantire a qualsiasi costo sociale ed umano “l’integrità del sistema” (Parson/ Lyotard), di quel sistema neocapitalistico ultraliberista-globalista che lo ha “assoldato” per preservarsi e colonizzare totalmente l’Italia?
    Meditate, gente, meditate …
    Eugenio Orso
     

  5. Lorenzo ha detto:

    >>>>> Quale politico italiano mette al centro del proprio discorso “l’incultura che avanza”? Quale politico italiano lamenta “l’indebolimento dello Stato”?  Quali politici italiani pongono in evidenza la crisi della pseudo-competenza dei tecnici o esperti?
     
    Credo che sussista una forte identità di vedute, su tutti questi punti, col movimento La Rouche (http://www.movisol.org/ anche se io ho avuto contatti più che altro colla variante tedesca http://www.bueso.de/ ). Soprattutto a livello della crisi economica come espressione di una crisi culturale e di civiltà, l'insistenza sul recupero dei classici e su un nuovo umanesimo che metta gli uomini e non le macchine e i tecnici al centro del discorso politico (nell'accezione aristotelica del termine) ecc.
     
    Anche loro non a caso sono molto accusati di rossobrunismo, specie negli USA.

  6. Il cameriere ha detto:

    I mezzi-Golem alla Mario Monti stanno prendendo possesso dell'Europa.Il loro compito è di provocare e gestire il "caos" alchemico-sociale per condurre, attraverso tutte le fasi necessarie, alla trasmutazione ("trasformerò gli italiani, che lo vogliano o meno" disse in USA).Probabilmente poco a poco ci scorderemo dell’esistenza delle pensioni, della sanità pubblica, dei sussidi di disoccupazione, così come ci siamo dimenticati che la base della sovranità è una Banca Centrale pubblica e una valuta emessa dallo Stato e non
    da un ente privato come la Banca Centrale Europea.Il sacco dell'Europa è cominciato con la fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato rubato qualcosa che valeva e vale ben più dell'oro: tecnologia, know how, personale qualificato che non aveva eguali nel mondo.
    È proseguito con il Piano Marshall che ha garantito uno sbocco sicuro ai prodotti americani, con la mondializzazione e il transfer di tecnologia e di interi impianti industriali nei Paesi dell'ex Terzo Mondo che ora crescono a più non posso, a spese nostre, mentre noi, con l'invasione di centinaia di migliaia di disperati ogni anno, siamo diventati la Croce Rossa del mondo. E oggi siamo al sacco finanziario, trattati come servi della gleba, commissariati e "gestiti" per conto terzi da colui che dovrebbe essere la personificazione della unità nazionale.Finche' non ci opporremo a queste logiche oligarchico-finanziarie che oggi ci vengono presentate come ineluttabili (vero e proprio non-Io di fichtiana memoria)il nostro cammino verso una semi-schiavitu' per debiti ed un futuro da nuovi servi della gleba ci attendono…

  7. Luciano Pietropaolo ha detto:

    La polemica contro gli “esperti” è giustissima e deve diventare un cardine dell’ARS, ma non è prerogativa solo di Marine Lepen e non è sufficiente (anche se necessaria) a dare una solida base all’azione politica che si vuole intraprendere. In Italia siamo messi malissimo dal punto di vista della coscienza politica, perciò non c’è da stupirsi che nessuno osi contestare le “verità” degli “esperti” ma altrove, in Grecia, per esempio, c’è chi contesta gli esperti-fantocci dell’alta finanza e –soprattutto– va assai più a fondo nella critica, non limitandosi alla superficie.
    Premesso ciò, la pubblicaziuone da parte di Stefano d'Andrea del discorso di Marine Le Pen, con richiesta di commenti, mi sembra abbia scatenato un fiume  di emotività senza pari, offrendo il destro agli esibizionisti di tutti i tipi di dare sfogo alla retorica , piangendosi addosso e falsando i dati e le prospettive con valutazioni apocalittiche o infantili.

  8. Frank ha detto:

    Come l’Islanda ha battuto l’Antipolitica

    Maurizio Blondet 15 Maggio 2012

    Le note sirene ci ripetono: Per salvarci dalla crisi dei debiti, per salvare l’euro, ci vuole «più Europa». Una vera federazione, un governo unico. La salvezza è nella definitiva cessione della sovranità degli Stati nazionali a un supergoverno con tutti i poteri d’intrusione nelle finanze locali, e il potere di tassare. Va messa tra parentesi la democrazia. Il problema è così intrattabile, che richiede tecnocrazie di veri esperti. La vastità della crisi richiede una entità colossale come gli USA o la Cina; tornare alle monete nazionali non è possibile, Stati troppo piccoli sono insostenibili, sarebbero preda della grande speculazione.

    Non è solo che lo dicono: lo stanno facendo. Ora, poichè la crisi sta per precipitare con l’uscita della Grecia dall’euro e il contraccolpo di panico – che obbligherà i nostri tecnici a limitarci l’accesso ai nostri stessi conti bancari, ricordiamoci che esiste un esempio contrario.

    È un esempio recentissimo. Ed è accaduto in Europa. È il modello islandese.

    Avete notato? I media tacciono dell’Islanda. È un esempio che non piace a banchieri, a tecnici e ai partiti.

    Ricapitoliamo:

    Nel 2008, l’Islanda scopre che le sue più grandi banche, Glitnir, Landsbankki e Kaupthing, a forza di «ingengneria finanziaria», hanno accumulato un debito più di sei volte il Prodotto Interno Lordo del Paese.

    Il governo in carica nazionalizza la banca principale; alza i tassi d’interesse al 18% per frenare la fuga di capitali, ma anche perchè glielo detta il Fondo Monetario Internazionale, a cui il governo ha chiesto un prestito. La moneta nazionale, Krona, viene svalutata; il «risanamento» viene imposto a forza di austerità, secondo i dettami del FMI. La crisi si approfondisce, la disoccupazione aumenta, il Paese entra in recessione.

    L’idea del FMI è che lo Stato islandese debba accollarsi il «salvataggio» delle sue banche (ossia dei loro creditori) a spese dei contribuenti islandesi: con la certezza che lo Stato sarebbe presto ridotto all’insolvenza.

    La «politica» propone una legge che contempla il ripagamento dei debiti (che le banche hanno contratto principalmente con investitori inglesi e olandesi), per 3.500 milioni di euro, che il popolo islandese dovrà versare in rate mensili per 15 anni, con un interesse del 5,5%.

    I cittadini islandesi manifestano di fronte al parlamento, chiedono e ottengono nuove elezioni. Il Primo Ministro, l’intero governo e anche il governatore della Banca Centrale sono costretti a dimettersi.

    Gennaio 2010: il popolo scende di nuovo in piazza e reclama un referendum. Questo si tiene in marzo, e il 93% dei votanti rifiutano di pagare il debito delle banche. I governi di Regno Unito e Olanda, in difesa delle loro banche creditrici, minacciano di trascinare l’Islanda davanti ai tribunali internazionali, e persino di applicare al piccolo Paese le leggi antiterrorismo.

    Il governo islandese confeziona un sistema di garanzia per i creditori inglesi e olandesi. Il popolo esige di nuovo un referendum su questo; il presidente della politica rifiuta la firma alla ratifica; il referendum viene tenuto ugualmente: la garanzia di Stato ai creditori esteri viene bocciata da quasi il 60% dei votanti.

    Intanto il nuovo governo ha aperto un’inchiesta per identificare i responsabili della crisi: molti alti dirigenti e banchieri sono arrestati, all’Interpol viene chiesto di emanare direttive in modo da impedire che chiunque sia coinvolto nel crack abbandoni il Paese. (Iceland Solves Banking Crisis by Indicting Bankers, Forcing Mortgage Relief)

    Nel pieno della crisi, il popolo elegge un’assemblea con il compito di riscrivere una nuova Costituzione, dove si tenga conto delle lezioni apprese dalla bancarotta, e che sostituisca quella in vigore.

    Da 552 candidati, sono scelti democraticamente 25 cittadini: le sole condizioni per candidarsi sono: età adulta, avere il sostegno di 30 cittadini, non avere affiliazioni partitiche. Questa assemblea costituzionale comincia ad agire nel febbraio 2011, per presentare una bozza di Magna Carta che tenga conto delle raccomandazioni giunte dalle diverse assemblee che hanno luogo in tutto il Paese. Essa deve essere approvata dal nuovo parlamento in vigore, e da quello che nascerà dalle prossime legislative.

    Ricapitoliamo. La rivoluzione islandese ha provocato:

    – Le dimissioni dell’intero governo.

    – La bancarotta (anziché il «salvataggio») delle banche speculative, senza accollare il debito ai cittadini.

    – Due referendum in cui il popolo si appropria delle decisioni economiche.

    – La carcerazione dei colpevoli.

    – La riscrittura della Costituzione da parte del popolo.

    – Va da sè che tutto ciò, e la svalutazione (l’Islanda ha ancora la sua moneta) ha prodotto una ripresa economica e una nuova competitività.

    E tutto ciò è stato attuato in un Paese piccolissimo (320 mila abitanti) che sembrava destinato a diventare l’indifeso zimbello della grande finanza; è stato attuato con la democrazia diretta, con pressioni della piazza, con il recupero della piena sovranità popolare, con il ripudio del debito.

    Tutto ciò, insomma, che viene bollato come «Antipolitica» dal Quirinale e dalla nostra partitocrazia.

    Ormai deve essere chiaro: l’Antipolitica, sono i partiti politici. L’Antipolitica non sta in piazza, ma dentro il parlamento, dove si è asserragliata. Tant’è vero che i partiti occupano le giornate, in Parlamento e nei suoi corridoi, ad escogitare qualche trucco legislativo per tenersi i rimborsi elettorali enormi e indebiti, che l’opinione pubblica – che li paga – vorrebbe decurtati. È ormai il solo scopo per cui esistono ed agiscono, ed è azione per eccellenza Antipolitica: occupazione dello spazio pubblico (politico) per scopi privati.

    Sono a tal punto Antipolitici, i nostri partiti, che ormai lasciano che a governare siano quegli altri, i tecnici, scelti da poteri esterni; i partiti di governare (atto politico) non hanno nè voglia nè tempo, occupati come sono a escogitare trucchi legislativi per tenersi i quattrini, e continuare a riceverne a fiumi, se possibile senza farsene accorgere dai contribuenti. È indicativo che, nel parlamento italiano, non esista più distinzione tra maggioranza e opposizione: le due parti sono unite nella cospirazione per arraffare e non cedere le centinaia di milioni di euro.

    L’altra loro grande occupazione Antipolitica è mettersi d’accordo su un sistema elettorale nuovo, che non li spazzi via anche se l’elettorato non li vuole più. Le presidenziali francesi hanno mostrato anche agli italiani meno attenti che il sistema di cui il Paese ha bisogno è proprio il doppio turno francese: dove la frammentarietà della scena politica, visibile nel primo turno anche in Francia (una decina di candidati presidenziali) si compone nel secondo, con una scelta netta, che garantisce cinque anni di governabilità. Ma i nostri partiti, che incarnano l’Antipolitica nella forma più pura, della governabilità se ne infischiano; il sistema che cercano di cucinare è un super-proporzionale, che mantenga tutti i partiti e partitini esistenti ed anzi li moltiplichi (un paio di deputati bastano a formare un gruppo parlamentare a parte, ed ottengono altri quattrini per questo).

    La loro unica «politica» è: la Nostra Pacchia continui, mentre l’economia produttiva collassa, gli imprenditori si uccidono, la torchia fiscale stritola e tuttavia le entrate tributarie calano inevitabilmente (-3,6% a marzo rispetto il marzo 2011), e il debito pubblico continua a salire alle stelle, passa da un record all’altro, ormai è a 1.946 miliardi di euro.

    Spero che il dato sia ormai acquisito: l’Antipolitica non è Grillo, non è fuori dal parlamento. L’Antipolitica sono loro.

    Un altro dato ormai acquisito da tutti è: i «tecnici» che ci hanno messo al governo sono dilettanti, e degli ideologi incompetenti (del resto era prevedibile: sono cattedratici delle università italiane, ne sono il prodotto).

    Era chiarissimo che il problema più urgente per il Paese è snellire l’amministrazione pubblica gigantesca, stratificata in mille centri di spesa, costosissima, corrotta e pletorica, che non solo pesa sull’economia produttiva che deve mantenerla, ma la ostacola e la combatte come fosse il «nemico interno»; ebbene, i «tecnici» hanno cercato per prima cosa di snellire taxisti, farmacisti e notai, poi hanno tagliato le pensioni ed aumentato le tasse – per continuare a mantenere quello Stato amministrativo pletorico, insaziabile e peggio che inefficente, ostile.

    Insomma: i tecnici non sono capaci di vedere il problema principale, la causa primaria del nostro immane debito pubblico. Diciamo pure che non vogliono vederlo: e anche questo è prevedibile, dopotutto i «tecnici» sono cattedratici universitari, prefetti, ambasciatori, generali, insomma dipendenti pubblici di lusso, sono parte ricevente del grande debito pubblico. Il «mercato» di cui parlano e predicano, loro, non l’hanno mai sperimentato su di sè.

    E così, appena la tartassata popolazione ha cominciato a puntare il dito su dove si deve tagliare per risanare il Paese: dallo Stato, regioni, Comuni, provincie, Asl, da un sistema scolastico che conta 1 addetto ogni 4 studenti, dallo scandaloso finanziamento pubblico ai partiti, allora che cosa hanno fatto i tecnici? Si sono messi a gridare: «Basta coi tagli! Adesso la crescita».

    Proprio adesso che dovevano cominciare a tagliare il grasso pubblico. Prima, quando tagliavano a noi, quando ci strappavano tributi esosi su redditi che non avevamo guadagnato, e stroncavano pensionati, la parola d’ordine era: «Austerità». Adesso, persino Monti sentenzia: «Crescita». Ovviamente, i partiti e i sindacati, contentissimi: «Crescita! Adesso la crescita! Andiamo in Europa a pretendere la Crescita!».

    Dio sa quanto l’Italia abbia bisogno di crescita.

    Ma quando tutti questi parassiti e Antipolitici si mettono a gridare Crescita, quel che intendono è: ancora più debito pubblico. Andare in Europa farsi dare il permesso di fare più debito pubblico, perchè «crescita» per loro è sinonimo di «spesa pubblica», e spesa pubblica che non li obblighi a tagliare un Quirinale che costa 4-5 volte Buckingham Palace, partiti politici che non esistono più come Margherita, Fini e Udeur, 800 mila insegnanti, milioni di assenteisti pubblici, intere regioni governate dalla criminalità in combutta coi politici che sprecano senza freni, con debiti colossali a forza di clientelismi e tangenti.

    Sperano che i tedeschi si pieghino all’emissione di Eurobond, ossia che garantiscano, si sobbarchino in ultima istanza, un debito pubblico fatto di sprechi, privilegi e corruzione; sperano di mantenere anzi accrescere la fetta del 53% della ricchezza prodotta che si accaparrano loro.

    Quando implorano «Crescita», non è dei licenziati e degli imprenditori che s’impiccano che si preoccupano; è che vogliono scongiurare a tutti i costi la seria riforma dello «Stato amministrativo che la crisi impone». E che sarebbe la fine dei loro privilegi.

    Bisogna cacciarli via. Bisogna espellere l’Antipolitica dalle poltrone e dai palazzi pubblici in cui si è asserragliata, perchè non serve a niente. E tocca alla popolazione. Lo farà? No, perchè gran parte della popolazione riceve vantaggi – o crede di riceverli – da questa spesa pubblica patologica.

    Vediamo però nei prossimi giorni. Quando la Grecia sarà sbattuta fuori dall’euro-zona, e il panico finanziario si estenderà immediatamente alla Spagna e all’Italia, e per scongiurare il ritiro in massa dei depositi, il governo «tecnico» stabilirà il controllo dei trasferimenti bancari, e persino imporrà un divieto di ritirare i propri soldi depositati, oltre un certo limite – diciamo 250 euro a settimana… Sarà l’inizio della catastrofe, durerà mesi ed anni, e anche quelli che oggi si credono privilegiati giungeranno a riconoscere che il sistema è insostenilibile. Che bisogna cambiarlo.

    Poichè è molto probabile che ciò avvenga nel modo più caotico, sporco e violento (1), dove ancor più di oggi i furbi e forti saccheggeranno i deboli, ricordiamo che c’è stato un esempio di come un popolo europeo, democraticamente, con energia ma senza violenza, ha cacciato tutti i politici e ha risolto il problema del debito. Si chiama Islanda.

  9. stefano.dandrea ha detto:

    Luciano, trovo il tuo commento estremamente scomposto. Tu scrivi: "La polemica contro gli “esperti” è giustissima e deve diventare un cardine dell’ARS, ma non è prerogativa solo di Marine Lepen e non è sufficiente (anche se necessaria) a dare una solida base all’azione politica che si vuole intraprendere".
    Nessuno ha detto che è prerogativa solo di Marine Lepen e nessuno ha scritto che è la polemica contro gli esperti è sufficiente a dare una solida base all'azione politica che si vuole intraprendere.
    Il mio obiettivo era e sarà, perché l'esperimento durerà a lungo – l'esperimento verrà condotto su appello al popolo, che non è il sito dell'ARS; il sito dell'ARS sorgerà il 2 giugno e avrà diversa natura -,  di verificare gli elementi comuni, gli elementi divergenti e gli elementi di contrasto che possono esservi tra Marine Le Pen e Cristina Kirchner, Zyuganov e Ida Magli, Aleka Papariga e Blondet, ecc. ecc.. E' per questa ragione che avevo invitato ad esprimere ciò che si condivideva e apprezzava e ciò che non si condivideva e apprezzava, immaginando che tutti avrebbero constatato che Marine Le Pen dice anche cose che essi pensano, e non soltanto cose che essi non pensano e disprezzano. Non tutti hanno voluto seguire le mie indicazioni. Non posso certo obbligare i commentatori ad accogliere i miei inviti. Tu per esempio, non avevi annotato di aver molto apprezzato la polemica contro gli esperti, per il contenuto e magari anche per la qualità retorica del discorso.
    Tuttavia, sebbene non tutti si siano attenuti al mio suggerimento, complessivamente sono emersi molti profili del discorso della Le Pen, giudicati positivamente o negativamente. Le osservazioni svolte dai commentatori credo che consentano di cogliere elementi comuni ed elementi di distinzione, anche netti, tra l'ARS e un sovranismo come quello della Le Pen.
    Tu scrivi inoltre: "altrove, in Grecia, per esempio, c’è chi contesta gli esperti-fantocci dell’alta finanza e –soprattutto– va assai più a fondo nella critica, non limitandosi alla superficie.
    A me la critica della Le Pen non appare minimamente superficiale, ma anzi molto profonda (tenuto conto che si tratta di un discorso politico e non di un saggio), perché, a tacer d'altro, elenca i tanti fallimenti degli esperti; definisce con la parola caos (una parola che reputo acuta, anche se forse migliorabile) il complesso dei fallimenti; e lega la polemica contro gli esperti all'"incultura crescente" e "all'indebolimento dello stato", sottolineando, in questo modo, nessi poco evidenti e, se non profondi, almeno intrganti.
    Certamente  in Grecia qualcuno avrà scritto una critica più profonda (ma ti prego di tener conto soltanto di discorsi politici, appelli al popolo e al più articoli di giornale o blog e di non prendere in considerazione raffinati saggi, scritti in un anno di lavoro). Se tu ne sei a conoscenza, posta il brano tratto dal discorso politico o articolo al quale ti riferisci. E al limite argomenta perché la critica della Le Pen è addirittura superficiale, sempre tenendo conto che si tratta di un discorso politico. Scrivi magari sei o sette righe che potrebbero diventare il nostro modo comune di esprimere la polemica contro gli esperti. Infine osservo che la polemica contro gli esperti non è così comune in Russia. Perché, se ben ricordo, sto andando a memoria, Zyuganov nel suo appello al popolo si vanta del fatto che il programma del partito comunista è stato scritto dai più grandi esperti e scienziati della Russia. Dunque sembrerebbe che, sotto il profilo che ho evidenziato, io e te siamo più vicini alle posizioni della Le Pen che a quelle di Zyuganov. Io non lo sapevo (in realtà mi ci ha fatto pensare soltanto il tuo commento). Tu lo sapevi? Se non lo sapevi forse l'esperimento già ti ha insegnato qualche cosa e dunque ti è stato utile.
    Inoltre scrivi: "la pubblicaziuone da parte di Stefano d'Andrea del discorso di Marine Le Pen, con richiesta di commenti, mi sembra abbia scatenato un fiume  di emotività senza pari, offrendo il destro agli esibizionisti di tutti i tipi di dare sfogo alla retorica , piangendosi addosso e falsando i dati e le prospettive con valutazioni apocalittiche o infantili". Ho un'opinione completamente diversa. E' vero che alcuni, tra cui tu, si sono rifiutati di dire semplicemente ciò che avevano apprezzato e ciò che non avevano apprezzato; ed è vero che alcuni sono andati fuori tema; ed è anche vero che alcuni hanno espresso apodittiche e semplicistiche adesioni o contestazioni, come se nel discorso della Le Pen non vi fosse niente da contestare o niente da apprezzare. Tuttavia, parecchi commenti – non il tuo – hanno segnalato adesioni e critiche e quindi hanno consentito di proseguire il ragionamento.
    Infine censuro – ed è la prima volta che accade in assoluto – l'ultima frase del tuo commento, perché contiene offese a chi non ti ha offeso. Non avresti dovuto permettertelo.
     Penso che sia con il tuo atteggiamento, Luciano, che non si va da nessuna parte. Ma non l'Ars; nessuna associazione e nessun movimento o partito può andare da qualche parte se i membri si esprimono in questo modo nei confronti di altri membri. E' atteggiamento distruttivo, dissociativo. Pensa a trovare a Milano dieci associati di valore, che abbiano intelligenza e passione; organizza, con il gruppo che avrai formato e con altri che ti saranno presentati, due o tre assemblee in alcuni quartieri, e porta in ogni assemblea almeno 100 persone; proponiti umilmente e con pazienza l'obiettivo di formare gli associati che ti appaiono ingenui. Poniti in ascolto sincero nei confronti di coloro che la pensano diversamente da te. Pensa che siamo all'inizio di un lungo percorso e che abbiamo un testo che magari condividiamo soltanto al 70% (come è naturale) ma che abbiamo interamente accettato e fatto nostro. Vai quindi in assemblea a spiegare il documento o ad affrontare problemi servendoti del documento. Questo è l'atteggiamento costruttivo e associativo.

  10. stefano.dandrea ha detto:

    Frank,

    ottima la cronaca sull'islanda. Giusta la presa di posizione sull'antipolitica. Ho qualche perplessità sul sistema Francese (anzi non condivido, ma riconosco che si tratta di un'opinone fondata su qualche considerazione non campata in aria). Giusta la critica contro gli esperti.

    Ma da "(del resto era prevedibile: sono cattedratici delle università italiane, ne sono il prodotto)" qualunquismo di destra, liberista, infantile, antitaliano. Roba che si legge ogni giorno negli "stati su facebook.

  11. Lorenzo ha detto:

    @ Franck
     
    Articolo interessante, ma il giorno in cui Blondet imparerà a tenere separata la sua critica all'alta finanza da quella ai dipendenti pubblici (i due settori più diversi che si possa immaginare), i suoi saggi guadagneranno in serietà e chiarezza.
     
    @ Stefano
     
    Più che una critica degli esperti in quanto tale il problema è la totale corruzione delle classi dirigenti, di cui fan parte i cosiddetti esperti.
     
    In questo senso l'appello al popolo, colle sue virtù di immediatezza e buon senso, ha una sua logica. Qui però sopravviene il secondo problema: il popolo, e specialmente la sua componente più giovane educata dai media e cresciuta frammezzo ad iperpermissivismo e disinteresse genitoriale, è sempre più simile alle élites.
     
    Sarà allora necessario che noi, tecnici ed esperti della società a venire, educhiamo il popolo a diffidare degli esperti del presente? "We the People…"

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