I socialisti devono sinceramente e felicemente considerarsi reazionari

Potrebbero interessarti anche...

11 Risposte

  1. Luciano ha detto:

    La questione, come è impostata, mi sembra puramente terminologica. Invece che "reazionario" si potrebbe dire "resistente", , suona molto meglio ed è in linea con le  tradizioni di lotta dei movimenti operai, che a volte attacano, a volte devono difendersi. I partigiani reagivano alla occupazione nazista: la loro "reazione" è universalmente nota come "Resistenza" (e fu vittoriosa). Oggi, crollato il bastione sovietico, si è dispiegata l'offensiva potente a tutto campo dell'imperialismo liberale: a questa offensiva bisogna resistere con una  nuova Resistenza, che già spazia dall'America Latina all'Asia, attraverso l'Africa. In Europa invece la Resistenza, per motivi di natura soggettiva, sui quali sarebbe interessante indagare,  è venuta a mancare: i "socialisti" delle varie tendenze  non reagiscono affatto  (non resistono!)all'offensiva liberal-imperialista  ma si fanno sedurre dalle sirene liberali, questa è la sostanza. Per quanro riguarda il lessico, ripeto: "resistente"suona meglio di "reazionario", ma bisogna vedere poi chi veramente se la sente di resistere (o di "reagire")

  2. stefano.dandrea ha detto:

    Mi difendo. Ossia svolgo la mia professione di avvocato. Non avevo svolto la tua osservazione. Direi che lungo l'asse progressista- reazionario il socialista è reazionario. Se poi debba essere un reazionario resistente o un reazionario attaccante, dipende dalle condizioni storiche. Ho sempre scritto che con la droga del credito niente era possibile. Vediamo, se la droga viene a mancare (o se i tossici cominciano a desiderare di "riprendersi"), che cosa succede.

    Per il momento dobbiamo vedere, pensare, capire, profetar,e DIVIDERCI da coloro che sono altro da noi e poi UNIRCI in un MUCCHIO SELVAGGIO. Dividerci perché una idenittà e fatta anche da un nemico (per i politicamente corretti, da un avversario). Unirci per costituire un mucchio selvaggio, perché dobbiamo sperare che, in una sitiazione di stato nascente, i migliori sappiano convincere gli altri che essi meritano l'egemonia.

  3. Tonguessy ha detto:

    Secondo la tradizione politica, erano reazionarie le persone che sostenevano l'ancien regime e contrastavano le idee della Rivoluzione Francese. Frange ultraconservatrici che vedevano nel sistema feudale la realizzazione dei propri ideali politici.

    In base a questo fatto storico non mi sento minimamente reazionario.

    Ma la semantica ha delle strade tutte sue per definire i termini del discorso. Troviamo così che secondo nazisti e fascisti siano reazionari i fautori delle democrazie europee.

    "Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'occidente" dice Mussolini nella sua rovinosa dichiarazione di guerra.

     

    Trovano quindi, sotto il grande ombrello antireazionario, uguale cittadinanza tanto socialisti (alla Nenni o alla Craxi, che importa?) che destre sociali, quelle medesime che tramite la punta di diamante del nazionalsocialismo tedesco così efficacemente ci hanno insegnato come si governano i popoli.

  4. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Tonguessì, la citazione che rechi mostra che a lungo essere reazionari è stato un tabù, tanto che anché nazisti e fascisti sentivano di doversi definire come antireazionari e, seppure non progrressisti, come portatori di una idea, tutta propria, di progresso.

    Se vogliamo continuare a rispettare il tabù possiamo continuare in questa singolare e ipocrita condizione in cui si socialisti si considerano progressisti e considerano i liberisti come reazionari perché ci vogliono riportare(in realtà ci hanno già riportato)  all'ottocento. E i liberisti si considerano progressisti (ti assicuro che non ce ne è uno che si dichiara reazionario) e osteggiano i reazionari socialisti e statalisti.

    Osservo, inoltre, che, in russia, coloro che rimasero comunisti dopo la caduta dell'URSS furono pacificamente considerati da tutti dei reazionari (e lo erano) o almeno dei conservatori, perché si opponevano a riforme che stavano rivoluzionando un assetto di interessi al quale tenevano.

    Ho inteso soltanto sottolineare che esiste un uso "logico" del termine reazionario, che designa, nei casi in cui si è appena verificato un grande mutamento politico, economico e sociale (come è  accaduto nell'ultimo ventennio in Italia: a mio avviso la rivoluzione è stata superiore per conseguenze alla Resistenza e alla Costituzioone, da un lato, e al ventennio fascista dall'altro) colui che intende tornare indietro e ripristinare le vecchie regole. Siccome non mi è mai capitato di ascoltare un nsocialista che suggerisca la introduzione di un nuovo istituto ma, nei pochi casi in cui parlano, sempre la reitroduzione di vecchi istituti, mi sembra che oggettivamente i socialisti siano reazionari. Siccome i socialisti sono messi male, perché la sinistra radicale è stata a lungo esclusivamente libertaria e non socialista (comincio a pensare che una parte dei militanti della sinistra radicale in realtà non è socialista), cinviene rompere il tabù, che ormai serve ad ingannare soltanto noi stessi, ammettere che non c'è da opporre alcuna Resistenza, perché gli argini sono crollati e le barricate non sono state issate e bisogna auspicare e promuovere, con pazienza e tenacia, una nuova azione che, rispetto all'azione politica dell'ultimo ventennio, si pone nettamente come "Reazione".

  5. Tonguessy ha detto:

    Caro Stefano,

    ho solo voluto annotare l'ambiguità che pervade ogni astrazione. Parlare di socialismo senza specificare la differenza (abissale!) tra Nenni e Craxi e tirare anche in ballo la destra sociale mi sembra generi solo confusione.

    Ogni teoria/prassi ha una sua genesi che può sfociare nell'esatto contrario di ciò che inizialmente si cercava.

    Come lavoratore mi sento conservatore: vorrei che i diritti così faticosamente conquistati dai nostri padri fossero mantenuti inalterati. Non mi sento però reazionario, per il connotato negativo che questo aggettivo ha conquistato nel tempo.

    Qui si tratta, credo, di trovare una sorta di accondiscendenza verso l'immaginario popolare (o semantica popolare, se preferisci). Se per le persone essere reazionari ha accezioni negative, chi vuole coalizzarle in un progetto politico tentando la strada della "reazione" può trovarsi con dei problemi di comunicazione, quindi di convincimento.

  6. stefano rosati ha detto:

    credo che il senso delle parole vada oltre la differenza terminologica.
    resistere e reagire hanno una differenza quidditativa enorme.
    Dirsi reazionari vuol dire avere un progetto antitetico all'esistente, una forza uguale e contraria all'azione precedente.
    resisitere indica un'assenza di un progetto successivo.
    per rispolverare un esempio celebre (che nulla ha a che vedere con la gloriosa Resisitenza partigiana) anche il verme, che quando viene calpestato si contorce per ridurre le possibilità di un nuovo impatto, resiste con umiltà (Nietzsche, il crepuscolo degli dei).
    In questo senso oggi dirsi reazionari è forse una delle poche cose di cui andare fieri perchè il tempo della resistenza civile è scaduto ampiamente e perchè probabilmente, per chi lo ritiene tale, l'unico vantaggio del nuovo assetto economico sociale definito concorrenza è la riduzione delle tariffe dei telefonini (l'unico esempio concreto di beneficio per gli ex cittadini, oggi consumatori, della concorrenza citato dai politici di entrambi gli schieramenti), di conseguenza è tempo di reagire.

  7. Luciano ha detto:

    In gergo militare si dice "resistere e contrattaccare". L'armata rossa a Stalingrado prima oppose resistenza strenua ai nazisti, poi passò al contrattacco vittorioso.
     Per contrattaccare occore prima resistere, concentrarsi e riaccumulare le forze ,cosa che adesso purtroppo non succede, anzi avviene il contrario: assistiamo alla resa, fuga e dispersione dei resti di quella che in Italia fu la nostra sinistra.
    E' ovvio che il contrattacco, se mai ci sarà, non dovrà proporsi l'obiettivo di ripristinare lo status quo ante, ma dovrà puntare a un nuovo ordine sociale e internazionale nel quale i rapporti di forza tra i popoli e le classi  siano DEFINITIVAMENTE irreversibili 
    Prendere coscienza di questo per me significa essere "rivoluzionari"  Il progetto rivoluzionario implica ovviamente, prima di tutto l'analisi geopolitica delle forze in gioco a livello internazionale, cosa certamente non facile ma ineludibile.

  8. stefano.dandrea ha detto:

    Non vedo alcuna contraddizione tra l'essere reazionario e volere una resistenza o una rivoluzione.

    Coloro che in una società vogliono un rilevante cambiamento sono o reazionari o progressisti. In mezzo stanno i conservatori che sarebbero tali ovunque (stalinisti sotto lo stalinismo, socialdemocratici nella svezia degli anni settanta, democristiani aperti al sociale nell'italia dei primi quaranta anni dopo la guerra, e così via).
    Reazionario (o progressista) non è il contrario di rivoluzionario o di riformista.
    Un progressista può essere rivoluzionario o riformista. Idem un reazionario. E a seconda dei contesti storici il reazionario o il progressista che siano riformisti possono essere favorevoli a riforme strutturali o a riforme migliorative (dal punto di vista dal quale essi muovono).
    Il problema allora è se oggi un socialista è reazionario,  progressista o se, per paura, consapevolezza delle poche forze o convinzione che non è possibile ottenere miglioramenti è un semplice conservatore di quei diritti quesiti che ancora non sono stati abrogati o modificati.
    A me sembra che chi è contrario alla linea politica seguita da entrambi gli schieramenti da venti anni e non propone una linea nuova, bensì propone di mollare l'Europa (del quale è stato ormai scoperto il vero volto) o comunque tornare a prima del 1990, reintrodurre limiti alla circolazione del capitale e alle delocalizzazioni (limiti che prima esistevano), rendere di nuovo pubbliche o mettere sotto il controllo pubblico le principali banche e imprese strategiche (come era un tempo), rendere di nuyovo stabile il rapporto di lavoro, sia egli un rivoluzionario o un riformista o uno che crede che a causa della situazione bisogna limitarsi a resistere, sia un reazionario. Ve la sentite di dire che è un progressista?
    I comunisti russi che alla caduta dell'URSS rimasero comunisti furono immediatamente qualificati come reazionari. E lo erano, perché intendevano reagire ad un mutamento dell'assetto politico economico e sociale che stava stravolgendo il loro mondo.

    Bene ha scritto Stefano Rosati: "E' tempo di reagire".

  9. Lorenzo Dorato ha detto:

    Condivido il senso complessivo dell'articolo di D'Andrea. Al di là della querelle terminologica, su cui si può discutere, è un fatto che reazionario rimanda a due richiami oggi positivi:
    1- reazione alle dinamiche del presente per il ritorno ad un ordine che è esistito, seppur in forme ambigue e spesso precarie. Ovviamente nella reazione si introduce l'elemento di innovazione, di reintepretazione, di miglioramento. Ma questo di certo non vuol dire essere progressisti.
    2- Il progresso, già ideoloigia borghese settecentesca, è oggi, in termini filosofici, l'ideologia a sostegno dell'attuale capitalismo (del tutto post-borghese in termini culturali) condivisa da destra e sinistra e fatta propria dall'uomo medio. Il progresso è puro feticcio pre-politico o, se si vuole, post-politico in cui le meraviglie della scienza e della tecninca (valutata in sé e non in relazione ai bisogni) sostituiscono la riflessione politico-comunitaria. Occorre parlare di emancipazione e non di progresso.
     
    Lorenzo Dorato

  10. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Lorenzo,

    sono felice del nostro accordo, che da ciò che scrivi è totale.

  1. 3 Ottobre 2010

    […] Articolo completo fonte: I socialisti devono sinceramente e felicemente considerarsi … […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *