La pistola fumante della FIAT

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  1. Tonguessy ha detto:

    Articolo interessante.

    Notevole è la confusione tra Marchionne simbolo del capitalismo manageriale statunitense dell'800 che cozza vistosamente con Marchionne speculatore che abbandona le vesti del manager industriale per mettersi quelle del manager finanziario.

    Ovviamente qualsiasi manager di capitali spa diventa giocoforza uno speculatore che offre ai propri azionisti grossi dividendi spostando il peso della propria multinazionale dalla produzione alla speculazione finanziaria. Ovvero sottrae soldi e benessere dalle tasche dei lavoratori per metterli in quelle degli azionisti, moltiplicandoli per qualche fattore matematico di derivazione borsistico-speculativa. Henry Ford (lui sì, simbolo del capitalismo industriale USA) qui si sarebbe incazzato.

    E' chiaro che in queste condizioni finisce il capitalismo consociativistico: alla finanza non interessa più nulla del benessere dei lavoratori. La virtualità finanziaria ne può fare benissimo a meno (credono loro).

    E' un peccato però che masse fortemente insoddisfatte si ricordino improvvisamente dove sono i forconi. E' proprio qui che la virtualità finanziaria trova l'ostacolo maggiore.

    La conclusione dell'articolo auspica un "ritorno" della controllo politico su finanza ed economia. Sinceramente non mi risulta l'abbia mai abbandonato, quel controllo. Ad esempio finanziando la Fiat per tre-quattro volte il suo valore reale. Forse sarebbe ora che la politica chiedesse conto di tutti quei soldi che gli italiani hanno investito in quella struttura industriale, e che oggi si vedono sottrarre (delocalizzazione) per compiacere le lobbies di Wall Street.

    Ma perchè dovrebbe poi farlo, visto che a legare l'asino dove vuole il padrone ci si guadagna sempre? Certo, la cosa assumerebbe altro senso se facessimo capire di essere NOI i padroni di questo Stato. 

    Vi ricordate quindi dove avete dimenticato il forcone?

  2. Marco ha detto:

    Oltre che, e più che ricordare dove sta il forcone, penso che la via giusta potrebbe essere quella della riduzione del consumo, qui spesso evocata. Tutti sappiamo che la Fiat sopravvive anche perché – con vari stratagemmi – gli italiani sono invitati a cambiare auto nuova fin troppo spesso, collaborando alla svalutazione rapidissima di beni di consumo in circolazione. Infatti il mercato dell'auto usata non è nelle stesse condizioni in tutto il mondo, provate a vedere quanto costa un'auto usata in Spagna o in Inghilterra, paesi dove manca un brand automobilistico "di stato" come la Fiat.
    Insomma le mani prudono a tutti ma c'è parecchio da fare prima di poter parlare di forconi, di classe rivoluzionaria, di lotta addirittura armata. Mentre i conti in tasca se li sanno fare (quasi) tutti.
    Detto ciò noto che non si è insistito abbastanza su una serie di punti che chiariscono la bontà della posizione operaia per il "No" (almeno di metà di quella base di lavoratori a Mirafiori). Per chi ha seguito dall'inizio la vicenda, li elenco rapidamente, soffermandomi solo su alcuni
    – il Parlamento latita nel ridefinire le regole di legge della rappresentanza sindacale, da vedere senza pregiudizi il confronto tra Cofferati e Ichino su repubblica tv, lo trovate qui: http://tv.repubblica.it/videoforum/pietro-ichino-vs-sergio-cofferati/59934?video
    Se ne deduce che Cofferati ha ragione sulla linea del principio, e che Ichino purtroppo ha ragione nel moderare le urla dei sindacalisti Fiom: al massimo si può parlare allo stato attuale di proposta anticostituzionale
    – La Cgil non può derogare al proprio statuto, e nemmeno la Fiom può farlo, quindi firmare quell'accordo sarebbe stato impossibile allo stato attuale per i dirigenti come Landini
    – Non c'è chiarezza sulla commissione paritetica che valuterà come contare i giorni di malattia in caso di assenteismo cronico e anomalo in prossimità di eventi esterni alla vita della fabbrica. La commissione è paritetica ma il suo parere non è vincolante
    – Marchionne ha dichiarato a inizio gennaio che in nessuna parte del mondo si chiede il piano industriale a un'azienda che sta per investire. Falso, soprattutto quando l'azienda è obbligata a presentare il piano industriale se chiede Cig e Cig in deroga, come Fiat ha fatto anche per il 2011 (Mirafiori torna in Cig quasi per intero dal 14 febbraio prossimo, e tra l'altro i soldi per le casse in deroga forse ci sono forse no)
    – La divisione delle sigle sindacali confederate è da tempo un obiettivo di questo governo, e quando è stata al governo l'opposizione non si è fatto molto per ricucire gli strappi. La politica ha sfondato nel sindacalismo, e forse questo è un bene nel senso che le posizioni sono chiare, e riferibili a orientamenti ideologici di fondo. E' un male nella misura in cui un lavoratore iscritto o no a un sindacato si ritrova ad avere a che fare con forze molto più grandi di lui, è un male perché segna il ritorno del controllo – sia pure indiretto e maliziosamente insinuato nell'autonomia dei sindacati che peraltro sarebbero semplici Enti di Fatto quindi libere associazioni – dello Stato sulla macroeconomia nazionale (qui tornando all'articolo), ed è infine un male perché rappresenta una modalità d'intervento molto difficilmente disciplinabile, fintantoché almeno in Italia resta saldo il diritto di libertà d'opinione. Come potrebbe per esempio l'Ue liberista e finanziarista controbattere a sua volta alle ciance di Sacconi?
    – L'accordo del 23 dicembre scorso parla di rappresentanza sindacale solo per quelle sigle che hanno firmato l'accordo stesso, sigle i cui rappresentanti saranno "nominati" dalle sigle stesse e non eletti dagli operai. Qui il problema è lampante e molto grave. E forse, in effetti, se si continua a tendere così tanto la corda, l'unica soluzione potrebbe essere il forcone

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