Fenomenologia della crescita/1

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  1. stefano.dandrea ha detto:

    La misura. E' un conc tto su cui ragionavo da parecchio tempo. Un concetto veramente intrigante. C'è una misura del vantaggio e dello svaltaggio; del privilegio e della sfortuna. Solo la richezza però si valorizza nella misura. La bontà, l'intelligenza, la passione, la forza, l'ambizione, la dedizione, la vocazione, il desiderio, il perdono, la punizione non hanno misura. Si valorizzano nel massimo, nello smisurato. L'amore smisurato; la passione smisurata, l'ambizione smisurata, la forza smisurata. Solo la giustizia deve essere misurata. Le altre virtù devono essere smisurate. Senza essere ingiuste, naturalmente.

    Articolo notevole

  2. Tonguessy ha detto:

    Ben prima di Mandeville e Johnson ci fu tale Aristotele che mise in chiaro la questione con il suo celebre aforisma: In medio stat virtus.

    Medio, quello della Santanchè. La virtù sta tutta lì, parrebbe.

    E' un bell'articolo che avrebbe bisogno di parecchi approfondimenti. Ad esempio il rapporto tra etica protestante e metodi tutt'altro che etici di sistemare le questioni sociali così come esposte nell'articolo.

  3. Eugenio Orso ha detto:

    La favola delle api di Bernard de Mandeville è una metafora protocapitalistica, nata nei contesti culturali di quella che io chiamo la “prima società della crescita”, che non riguarda soltanto il celeberrimo modo di dire riassunto in “vizi privati e pubbliche virtù” e adottato fino ai giorni nostri, ipotizzando una funzione positiva dell’immoralità al servizio di un ipotetico bene comune, ma nasconde soprattutto lo scardinamento del metron, traducibile con il “giusto mezzo”, a favore di quella che sarebbe diventata l’illimitatezza capitalistica nei contesti della seconda società della crescita [quella capitalistica propriamente detta].
    Nella discussione, che si preannuncia stimolante data l’intelligente critica e l’articolata disamina di Claudio Martini, dovrebbe intervenire Costanzo Preve che a questa cruciale questione ha dedicato moltissime pagine, in veste di filosofo sociale, di libero allievo di Marx, di comunitarista e di irriducibile anticapitalista.
    Invece intervengo io [bisogna accontentarsi …] per stabilire un parallelo, non so quanto proprio o improprio, fra la favoletta raccontata da de Mandeville e la più celebre e posteriore The Wealth of nations del protoeconomista Adam Smith, bibbia capitalistica riconosciuta, in cui vi è il seguente passaggio, universalmente noto e utilizzato dalle generazioni per la legittimazione del rapporto sociale capitalistico:
    Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità. [Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Libro I, Capitolo II]
    La vera “benevolenza” alla quale fa riferimento il pensatore scozzese, non è certo una semplice attitudine erroneamente attribuita all’uomo, ma lo schermo dietro il quale si nascondono, con tutta evidenza, la socialità, i vincoli comunitari, il solidarismo, una concezione dell’esistenza non imbrigliata nei rapporti economici, e l’Etica stessa, ed è proprio questa “benevolenza”, nella realtà, che Smith ha cercato con tutte le sue forze e la sua abilità letteraria di negare, come se fosse una qualità inesistente, il prodotto di pura fantasia, non potendo in alcun modo informare le azioni umane nei confronti del prossimo.
    Chi può riuscire ad avere maggior successo se i rapporti sociali si basano unicamente sull’interesse personale e sull’egoismo individuale nello scambio, regolati dalla fantasmatica ed onninvasiva Mano Invisibile del Mercato?
    E’ ovvio che il successo arriderà soltanto a chi riuscirà a far prevalere la considerazione del suo interesse personale su quello di tutti gli altri individui con i quali si trova in relazione, e perciò inevitabilmente in competizione.
    La misura del successo individuale, la stessa posizione del singolo nella scala sociale, in quest’ottica, non potrà che essere data dall’acquisizione di maggiore ricchezza e potere, a scapito degli altri.
    La “considerazione dell’interesse personale” in una società da ridurre completamente ad una semplice rete di scambi commerciali, nella formalizzazione e nella sacralizzazione della primitiva “legge del più forte”, mascherata nel riconoscimento dei diritti individuali alla proprietà ed all’iniziativa economica privata, acquista un contenuto ideologico e addirittura messianico, operando così una frattura insanabile con il mondo culturale precedente e preconizzandone il superamento.
    In un certo senso, la Favola delle api d’inizio Settecento funge da complemento alla “considerazione dell’interesse personale” quale vero motore che muove i singoli nelle reti dei rapporti sociali soggetti ad una progressiva economicizzazione, poiché può essere letta come una metafora dell’autonomizzazione dell’economia dalla morale, e quindi un contributo all’autofondazione dell’economia su stessa, dopo aver spazzato via l’Etica, la Filosofia, la Politica, e Dio.
     
    Per Claudio Martini: continua così, che sei sulla strada giusta!
     
    Eugenio Orso
     

  4. Claudio Martini ha detto:

    Sono molto contento dell'accoglienza ricevuta dal mio articoletto. In effetti il tema avrebbe meritato ben altro approfondimento, ma il tempo a mia disposizione non è molto. Tenterò di compensare con i prossimi articoli della serie "fenomenologia della crescita attraverso le opere di ingegno", che voleranno forse più basso, ma saranno anche un pò più "leggeri"
    E per Orso una citazionedi Elie Halevy:"The economic doctrine of Adam Smith is the doctrine of Mandeville set out in a form which is no longer paradoxical and literary, but rational and scientific."

  5. romano calvo ha detto:

     
    L’individuo si costituisce all’interno di specifiche formazioni economico sociali: questo il grande contributo di conoscenza degli studi sociali, da Marx alla sociologia che si è sviluppata successivamente.
    Ciò significa uscire dalle visioni astratte (Kant, Rousseau, Hobbes, ecc.) secondo le quali per pensare all’individuo occorre teorizzare uno “stato di natura” originario, paradisiaco per Rousseau, di homo homini lupus per Hobbes, ecc.
    In fondo la parabola di Mandeville e la teoria della mano invisibile di Smith, hanno ancora in comune quell’orizzonte. E sono state funzionali a fondare ideologicamente il sistema di sfruttamento capitalistico del lavoro.
    Esiste una sterminata letteratura che dimostra come storicamente le cose non stanno affatto così ma anzi lo sviluppo produttivo e sociale sono favoriti da condizioni relazionali assai diverse da quelle dei vizi privati che creano pubbliche virtù. Rispettare i patti, contrarre matrimoni tra etnie diverse, soccorrere i parenti in difficoltà, rimettere i debiti, prestare il proprio lavoro a favore del campo altrui, in poche parole, la reciprocità, nella storia dell’essere umano, è il modo più normale per “tenere insieme” le società ed i popoli e farli progredire. I libri di storia spesso queste cose non le raccontano. Per dimostrare quanto detto, se interessa, posso produrre opportuna bibliografia.
    Ciò detto, il concetto di misura non significa un bel nulla, anzi fa erroneamente pensare che si tratti di trovare una via di mezzo tra il buonismo rinunciatario e l’arroganza dei predatori.
    Il problema è un altro, e ben più complesso: analizzare e se possibile attualizzare le specifiche condizioni politiche, economiche e sociali che favoriscono modi di convivenza a somma positiva.
    E’ precisamente questo il motivo che mi rende molto sospettoso verso le ipotesi di centralizzazione statale che vedo apparire su questo blog.
    Di fronte alla disgregazione prodotta dal liberismo e dalla globalizzazione sarebbe un grave errore, assai poco dialettico, pretendere di affidare tutti i poteri ad un organismo statale centralizzato, con la speranza che esso possa ricostituire quella sovranità (monetaria, economica, fiscale, educativa, ecc.) oggi detenuta dai mercati finanziari.
    Non è un problema di “misura” ma di configurazione economico sociale.
    Se, come credo, il cambiamento in atto richiede di porre potentissimi freni alla finanziarizzazione, alla globalizzazione ed alla privatizzazione,
    se, come credo, è necessario riconquistare in primo luogo la sovranità monetaria, uscendo dall’Euro, cancellando il debito e nazionalizzando le banche,
    se, come credo, è necessario introdurre dispositivi di semplificazione della complessità del gioco democratico e scardinare il potere dei mass media;
    se, come credo, è necessario disporre di apparati pubblici efficientissimi per il controllo dei movimenti di capitale, per la lotta all’evasione fiscale, per contrastare le mafie e più in generale per garantire il rispetto della legge…se tutto ciò è necessario per la transizione,
    allora a maggior ragione occorre porsi da subito il problema dei checks and balances, ovvero quali antidoti, quali correttivi interni al sistema è necessario “coltivare”, affinché la transizione non trasformi le nostre società in una gabbia d’acciaio e non sbocchi nella dittatura dello Stato sulla Società.
    La risposta sta nella frase con cui ho aperto il discorso: dare spazio a quelle formazioni economico sociali “positive” in cui operano ed agiscono gli italiani.
    Questo è il punto di forza, la risorsa che consentirebbe di tollerare l’inevitabile centralizzazione, compensandola con un di più di partecipazione (che non significa solo andare alle manifestazioni, ma anche poter creare una impresa).
    C’è lavoro per i sociologi, magari indagando sul capitalismo molecolare del Nord-Est, sulla Terza Italia, i Distretti industriali, le reti di piccole imprese, il made in Italy, il design, le forme di cooperazione tra produttori, commercianti e banche locali, ecc.
    Ma anche le scuole di formazione professionale di origine cattolica, il mutualismo operaio di inizio 900, il modello Coldiretti degli anni 60 e 70, l’idea di impresa industriale di Camillo ed Adriano Olivetti ed ancora il localismo dei 100 comuni.
    Sono convinto che la storia economica e sociale recente del nostro paese contenga veri e propri giacimenti, ahimè oggi tutti in rapida consunzione.
    Recuperare le energie di cooperazione sociale, ciò che in modo un po confuso alcuni studiosi defiscono il “capitale sociale”, è la seconda gamba su cui deve reggersi il cambiamento in atto.
    Questa è ciò definisco una visione dialettica della rivoluzione. http://romanocalvo.wordpress.com/

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