Il fatto del giorno

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25 risposte

  1. Lorenzo ha detto:

    Una voce nel deserto ha il coraggio di dire la verità. Bravo Stefano.

  2. Matteo ha detto:

    Complimenti.
    Post perfettamente condivisibile.

  3. stefano.dandrea ha detto:

    Suggerirei di vedere il video che ho scoperto molto dopo aver scritto su facebook questo piccolo post:

    “TERRORISMO CONTRO TERRORISMO
    Se gli eserciti occientali e russi avessero il coraggio di scendere sul terreno siriano e iracheno, anziché fare terrorismo bombardando dall’alto, con meno di 40.000 soldati morti,occidentali e russi, riuscirebbero ad annientare l’IS. Se continueranno a fare terrorismo, bombardando dall’alto, senza poter essere colpiti, l’IS non potrà che ricorrere al terrorismo nei paesi occidentali e in Russia. La profezia è facile facile”.

    Nel video, uno dei due islamisti delo Stato Islamico dice:
    “”… E voi miscredenti venite a combatterci. Allah vi aspetta. Ma siete solo codardi venite solo con gli aerei. Perché non venite via terra a combatterci? Venite via terra che vi facciamo assaggiare un po’ di questo metallo. Francois Hollande, piccolo uomo, tu non verrai mai, perché sei un vigliacco e sei consapevole di essere un vigliacco che non vale niente”
    http://www.serviziopubblico.it/2015/02/lincubo-e-appena-cominciato/

  4. Mario Giambelli ha detto:

    Sono pienamente d’accordo. Quando sento affermare, dai patetici “espertoni” che infestano i media, che si è trattato di un attacco ai valori dell’occidente, mi si rivolta lo stomaco. L’unico “valore dell’occidente”, da trent’anni a questa parte, è la difesa della “stabilità monetaria”, in nome della quale i veri valori della nostra civiltà, cioè quelli che divennero i più elevati obiettivi programmatici delle Costituzioni democratiche novecentesche, sono stati condotti al mattatoio della storia. La “civiltà” del denaro (e della dissolutezza, che tale modello comporta) è la “civiltà” che l’occidente vuole esportare ed imporre (in nome di un fondamentalismo economico non diverso e non meno pericoloso di quello religioso), con la prepotenza dei rapporti di forza e con gli atti violenti che a tali rapporti fatalmente conseguono. Ed è la “civiltà” che lo stato islamico combatte, nei modi a lui più funzionali e con i mezzi di cui dispone. Ci si deve stupire? Penso proprio di no. E’ la logica perversa e inesorabile della guerra. La “civiltà” del denaro fa ribrezzo anche a noi. E’ quella contro la quale ogni giorno pure noi combattiamo. Ovvio, non lo facciamo con le armi, ma con la forza delle idee e con gli strumenti della democrazia. Chiediamoci però come reagiremmo, nella nostra limitatezza umana, se la “civiltà” del denaro bombardasse le nostre case ed uccidesse i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri genitori. Sia chiaro: ogni forma di violenza, a qualsiasi “civiltà” essa appartenga, va condannata con fermezza. Perciò massima solidarietà alle vittime innocenti di ieri ed alle loro famiglie. E massima solidarietà a tutte le vittime innocenti dell’egoismo umano. A quelle dell’altro ieri e a quelle di domani, ovunque esse siano ed a qualsiasi “civiltà” esse appartengano. Ma chi semina vento raccoglie tempesta e l’occidente, nell’ultimo trentennio, di vento ne ha seminato in quantità industriale, dentro e fuori dai suoi confini. Per questo, come giustamente afferma Stefano, è addirittura “vietato” stupirsi. Altro discorso riguarda il modello di “civiltà” che lo stato islamico propone (e che, dove può, impone) quale alternativa alla “civiltà” del denaro. E’ un modello che, parimenti, fa ribrezzo, per tutta una serie di motivi che in questa sede non è possibile illustrare, né tanto meno discutere, ma che spero siano facilmente intuibili e condivisibili, riguardando essi la democrazia in ogni suo aspetto concreto. Ma questo, come ho detto, è un altro discorso.

  5. Giampiero Marano ha detto:

    Anche da un punto di vista islamico “ortodosso” (o “tradizionale”, nel senso guénoniano del termine) lo Stato Islamico è un controsenso, una mostruosità destinata a essere spazzato via
    http://www.appelloalpopolo.it/?p=12905

  6. Giulio Bonali ha detto:

    Parole sacrosante!

    E’ in atto una guerra scatenata dall’ imperialismo occidentale con mezzi biecamente terroristici.
    E contro le spade non si possono usare i bastoni, contro i fucili non si possono usare le spade,
    contro i cannoni non si possono usare i fucili, contro le bombe dal cielo non si possono usare i cannoni.
    Contro il terrorismo non si può che usare il terrorismo.

    Chissà perché i tanti moralisti d’ accatto che oggi versano lacrime di coccodrillo sui caduti innocenti francesi (mentre agli infinitamente più numerosi caduti innocenti arabi sono sempre stati e sempre saranno del tutto indifferenti!) non si chiedono come mai La Svizzera o la Svezia non temono il terrorismo più o meno falsamente e pretestuosamente “islamico” (ma casomai nel caso delle Svezia il loro proprio autoctono terrorismo nazista)?

  7. Lorenzo ha detto:

    “ogni forma di violenza, a qualsiasi “civiltà” essa appartenga, va condannata con fermezza”

    Definizione dello stato: “l’organizzazione che esercita il monopolio della violenza organizzata” (Max Weber).

    @ Stefano: è probabile che lo scopo principale degli attentati sia spingere l’impero statunitense e il suo servidorame a un intervento di terra contro lo Stato islamico, per coinvolgerne le milizie nell’ennesima guerriglia di logoramento.

  8. Matteo ha detto:

    Ah, di nuovo i nazisti che dall’Illinois passano in Svezia per perseguitare i poveri negretti tanto simpatici.

  9. Mario Giambelli ha detto:

    Lorenzo: quella di Weber non è la definizione di “Stato”. O meglio, non è la definizione giuridica di Stato. E’ solo un concetto politico, molto discutibile e certamente non attuale, che un filosofo-sociologo, vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, si è fatto dello stato liberale ottocentesco. Credo, peraltro, che la citazione sia imprecisa. Secondo Weber, lo Stato sarebbe infatti un’entità che reclama il monopolio sull’uso “legittimo” della forza fisica. Il monopolio sull’uso “legittimo”. E’ un concetto intuitivamente assai diverso, direi anzi antitetico, rispetto a quello di “organizzazione che esercita il monopolio della violenza organizzata”.
    Mortati definisce lo Stato un “ordinamento giuridico a fini generali esercitante il potere sovrano su un dato territorio, cui sono subordinati in modo necessario i soggetti ad esso appartenenti”. Esso si manifesta come insieme di rapporti coordinati intorno ad un principio vitale, a cui si può dare il nome di “Costituzione”, che bene esprime il complesso dei caratteri essenziali di tale ordinamento. Talmente bene da far ritenere che lo Stato non abbia una Costituzione, ma “sia” Costituzione, e che si riassuma in essa, sicché ad essa ci si debba riferire, come criterio di riconoscimento, per giudicare della rilevanza, per l’Ente, di rapporti o comportamenti e per effettuarne giudizi di conformità o difformità dai fini dell’istituzione.
    Orbene, la nostra Costituzione (e, quindi, il nostro Stato, l’Italia), con la proclamazione di cui al primo comma del suo art. 11, rinunzia alla guerra come strumento di aggressione. Tale norma, nell’intenzione dei padri costituenti, illustrava al resto del mondo un principio veramente solenne: l’Italia eliminava per sempre la guerra (una follia, un crimine che aveva sempre perseguitato nei secoli l’umanità, perché l’umanità era stata sempre lontana ed era ancora lontana da una forma di civiltà veramente degna dello spirito umano) non solo come mezzo di conquista, ma anche come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, perché il popolo italiano, per voce dei padri costituenti, riconosceva che tutti i contrasti, per quanto gravi, per quanto aspri, potevano sempre essere risolti con il ragionamento, cioè con l’arma più poderosa dell’uomo. Con quella proclamazione l’Italia spiegava al resto del mondo che di guerre non avrebbe più voluto sentire parlare, che il suo popolo avrebbe voluto lavorare pacificamente, ripudiando definitivamente la violenza. E che quest’odio alla violenza, questo odio alla guerra era appunto l’orientamento nuovo del popolo italiano. L’8 marzo 1947, in Assemblea costituente, Ugo Damiani affermava testualmente: “Ci può essere il pugno nell’occhio; ma il pugno nell’occhio non fa onore a chi lo dà; e chi lo riceve potrà difendersi: allora è legittima la sua difesa. Però dobbiamo sostenere sempre la negazione dell’atto di violenza, bisogna sentire la ripugnanza più acuta per l’atto di violenza. E questo è il compito della nostra scuola: educare gli uomini alla concordia, facendo nascere e fiorire nel loro animo l’odio per qualsiasi forma di sopraffazione. Nelle scuole militari tedesche vi era prima di ogni altra cosa la cultura militare e s’insegnava che bisognava trovare tutti i mezzi per distruggere il nemico, per conquistare sempre nuovi territori. Ma lasciamo stare queste scemenze, che sono veramente indegne di un nuovo mondo civile. Educhiamo nella scuola i giovani con l’amore per la vera cultura, per la scienza, per l’arte, per la tecnica del lavoro”.
    Questo, dunque, è uno dei caratteri essenziali del nostro ordinamento: la negazione, la ripugnanza più acuta di ogni atto di violenza, a meno che non sia necessitato dalla legittima difesa.
    Attenzione, dunque, alle citazioni: è nostro dovere essere profondi, perchè facciamo politica (http://www.appelloalpopolo.it/?p=14568).

    • Matteo ha detto:

      Per millenni quindi gli uomini sono vissuti nell’orrore e nell’oscurantismo.
      Per fortuna che sono arrivati i Padri Costituenti (maiuscolo per rimarcare la loro superiorità ontologica rispetto a noi poveracci) a dirci che la guerra è brutta brutta brutta perchè, ODDIO, la gente muore.
      Certo, io che non appartengo all’elite degli illuminatissimi ricordo l’elogio della guerra che faceva Pisacane (in quanto senza la medesima Roma sarebbe rimasta una baraccopoli), ma cosa posso capire?

      • Mario Giambelli ha detto:

        Nulla, egregio sig. Matteo senza cognome, proprio nulla, come inesorabilmente dimostra il suo penoso commento.

        • Matteo Rovatti ha detto:

          Come scusa per nascondere la propria insipienza non è male.
          Metto in cognome, per farla contento.
          Ma siate coerenti per Dio.
          Anche se qualcuno si firmasse Cthulhu, sarebbe ininfluente, anche perchè su qualunque forum è pacificamemte accettato.

    • Lorenzo ha detto:

      Mario, ogni definizione dipende dal sistema di pensiero che le sta alla base (un tomista definirebbe lo stato istanza di inveramento intramondano della provvidenza). La definizione weberiana, proiettata a cogliere la realtà politica soggiacente alle sistemazioni giuridiche, è più che mai attuale e proprio là dove parla di “legittimità”. Lo stato è un’istituzione che esercita il monopolio della violenza, cioè un terrorismo coagulatosi a livello istituzionale, cui il gregge si è abituato e che recepisce (legittima) nei termini rassicuranti di garanzia dell’ordine. Ogni terrorismo (che non si riduca a mero spirito di rapina) è uno stato in condizione liquida, dinamica, che aspira a intraprendere il processo di coagulazione e legittimazione. Così due fra i più famigerati terroristi ottocenteschi, Mazzini e Garibaldi, hanno dato vita allo stato unitario.

      Da un punto di vista strutturale non c’è alcuna differenza fra il terrore del carcere con cui l’attuale regime repubblicano mi vuole impedire di rapinare una banca o di affermare che i negri sono una razza inferiore, e il terrore della decapitazione con cui lo stato islamico mi vuole impedire di violare i precetti coranici o di bombardare le sue basi in Siria.

      Una volta verificatosi il trapasso del ‘politico’ da uno stato fluido a uno solido subentrano le teorie, come quelle di Kelsen o di Mortati, che si concentrano sullo stato di normalità così creato e sugli automatismi normativi che ne risultano: sante miopie che “insegnano la riduzione della prospettiva, e quindi, in un certo senso, la stupidità, come condizione di vita e di crescita” (Nietzsche).

      Per quanto poi riguarda l’anelito pacifista che starebbe alla radice della presente costituzione, esso segnala semplicemente l’assoggettamento del Paese al conquistatore anglosassone e all’ “infinita ipocrisia” che ha sempre caratterizzato i potentati albionici; per cui le guerre di aggressione bisogna farle in nome della pace e dei diritti umani. Non a caso tale anelito fu istantaneamente disatteso dalla neonata repubblica che si precipitò a integrarsi nell’impero mondiale del suo vincitore, con tutta la carica espansiva e belligena che, da quando è venuto a mancare il contrappeso sovietico, ha avuto modo di esplicarsi nella sua belluina rapacità.

      Bene volerne uscire, a patto di essere consapevoli che prendere in mano il proprio destino significa decidere in proprio sulla pace e sulla guerra, e quindi essere pienamente disposti a intraprendere la seconda fuori dalle fantasie pacifiste che – con rispetto parlando – mi sembrano dominare il tuo intervento.

      • Mario Giambelli ha detto:

        E quindi?
        Cosa facciamo se uno Stato più debole del nostro dispone di una risorsa che ci serve e che non abbiamo?
        “Decidiamo in proprio” per la guerra e ce la prendiamo con la forza?
        Oppure, “riducendo la nostra prospettiva” e “stupidamente” ancorando ad un civile rapporto tra Stati le nostre “condizioni di vita e di crescita”, ci procuriamo quella risorsa mediante un “rassicurante” accordo commerciale tra Enti sovrani?
        Vi è una differenza abissale tra un concetto di Stato inteso come “un’impresa istituzionale di carattere politico in cui e nella misura in cui l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima in vista dell’attuazione degli ordinamenti” (esatta definizione weberiana, la quale implica che il potere non sia soltanto forza, ma una somma di forza e di diritto finalizzati a proibire la violenza privata, la faida, e quindi ad un servizio di protezione fornito a tutti i cittadini dello Stato, nei limiti ed in attuazione della legge) ed un concetto di Stato, estraneo al pensiero weberiano (forse più vicino a quello bakuniniano?), inteso come “terrorismo coagulatosi a livello istituzionale”, o come “organizzazione che esercita il monopolio della violenza organizzata”.
        Non cogli la differenza solo se non vuoi. Scelta tua, sulla quale non ho possibilità, né desiderio di interferire. Mi chiedo soltanto, se la tua idea di Stato è quella che (tu, non Max Weber) hai espresso, cosa vieni a fare su Appello al Popolo, rivista di un’Associazione e di un futuro partito che vuole riconquistare la sovranità nazionale in ogni sua forma e ricollocare la Costituzione del 1948 al vertice dell’ordinamento.
        Ma la domanda è retorica e, in quanto tale, ha già una risposta.
        E’ in ogni caso errato riporre in fattori puramente sociologici il momento del sorgere dello Stato.
        Al di fuori dell’ordine giuridico lo Stato, semplicemente, non esiste. Esiste soltanto una comunità sociale non organizzata. Lo Stato cioè non preesiste all’ordine giuridico, ma “è” ordinamento giuridico.
        La cui funzione, però, non si esaurisce nell’assicurare un ordine purchessia, ma tende a realizzare un particolare tipo di ordine, conforme alle idealogie, ai valori, agli interessi che sono considerati fondamentali per esso.
        In quanto specie del genus “ordinamento giuridico” (locuzione che notoriamente esprime il complesso organico delle posizioni intersoggettive e delle loro garanzie in una società che detta legge a sé stessa), lo Stato richiede la sussistenza dei presupposti e degli elementi propri di questo, ovvero: 1°) un gruppo di soggetti legati da interessi comuni richiedenti la cooperazione, o per lo meno la coordinazione di quelle attività dei singoli che risultino rilevanti al fine della soddisfazione degli interessi stessi; 2°) i canoni per la valutazione dei comportamenti dei soggetti, necessari per potere attribuire loro le qualificazioni che appaiono richieste dalle esigenze del sistema; 3°) il complesso dei rapporti concreti che nascono per effetto dell’interazione dei soggetti (fra loro e con l’autorità), qualificati dai canoni predetti, nonchè il complesso delle situazioni nascenti per i singoli dai rapporti medesimi: che possono essere attive o passive; di potere o di dovere, di pretesa o di obbligo; 4°) un’autorità sociale operante quale potere attivo del gruppo (auctoritas da auctor = generatore o promotore) rivolto a dichiararne o ad attuarne la volontà, resa obiettiva, cioè sottratta agli impulsi particolaristici ed arbitrari dei singoli; 5°) l’insieme dei mezzi di cui l’autorità si giova per la tutela dell’ordine, che si effettua facendo valere le conseguenze predisposte a vantaggio di coloro che uniformano i propri comportamenti ai fini del gruppo, o a danno degli altri che invece vi contravvengono, contro i quali si fanno valere le “sanzioni”.
        Tuttavia, poichè il carattere differenziale dello Stato è la supremazia (rispetto agli altri ordinamenti sussistenti nell’ambito in cui agisce), necessaria per disciplinare le attività dei singoli ritenute rilevanti e per coordinarle al fine dell’utilità collettiva, i suoi elementi costitutivi sono l’autorità (sottoposta però all’impero del diritto, che comporta limiti all’esercizio del potere), la territorialità e il popolo (i singoli che stabilmente fanno parte dello Stato, legati ad esso dal vincolo discendente dalla loro appartenenza al territorio).
        Da tutto ciò discende la corretta definizione di Stato ricordata nel mio precedente commento.
        Quella di Max Weber enfatizza invece la realtà sottostante ad uno degli elementi costitutivi dello Stato, cioè l’autorità, pur introducendo l’elemento territoriale (insito nel carattere “politico” dell’ “impresa istituzionale”).
        Ciò che però non può cogliere (per ovvi motivi storici) è il significato del passaggio (rivoluzionario) dallo Stato liberale allo Stato democratico che si registra con le Costituzioni democratiche pluriclasse del secondo dopoguerra: la partecipazione dell’individuo, di ogni singolo cittadino, al potere dello Stato. Concetto che ho sviluppato nei miei articoli su questa rivista ed ai quali, per non dilungarmi oltre, mi limito a rimandare.
        Quanto al ripudio della guerra (che non sia, ovviamente, necessitata da una legittima difesa), non si tratta di una fantasia pacifista, ma di un carattere essenziale del nostro ordinamento e, prima ancora, di una civiltà degna di questo nome. Anche qui la differenza è evidente. Anche qui non la cogli solo se non vuoi. Ed anche su questo punto non pretendo, né mi preme convincerti. Ti suggerisco solo una lettura che, fra le tante, spiega, per voce di coloro che lo concepirono e lo scrissero (le migliori intelligenze di quella generazione), il significato ed il senso del primo comma dell’art. 11 Cost.: http://www.nascitacostituzione.it/01principi/011/index.htm (sedute del 17 e 24 marzo 1947).
        Per concludere, ritorno alla domanda iniziale. La mia risposta è ovviamente la seconda.
        Se il rispetto della superiore legalità costituzionale, se il reprimere la “belluina rapacità” umana è “stupidità come condizione di vita e di crescita” (proprio Nietzsche, filosofo distruttivo e malato di mente, dovevi citare?), allora scelgo senza alcuna esitazione tale “condizione”.
        La guerra, con le sue atrocità, con la sua bestialità, con tutta la sua follia, la lascio volentieri alle persone diversamente intelligenti.

        • Lorenzo ha detto:

          Bè… credo che abbiamo chiarita la differenza fra i rispettivi punti di vista, fatta salva la tua ingenua convinzione nell’esistenza di definizioni corrette per antonomasia e di evidenze concettuali. Io mi concentro sul momento politico, fondativo della vita di una comunità e tu sul momento della sua stabilizzazione normativa, a cui appiccichi le fantasie democratiche e ireniste veicolate dalla propaganda di regime. Nel medioevo era altrettanto evidente, agli occhi dell’intellettualino medio, che lo stato fosse momento di incarnazione della provvidenza divina e il disordine frutto del portato demoniaco da combattere a forza di esorcismi.

          Per quanto riguarda Weber, che io reinterpreto – ma solo leggermente – alla luce dei suoi più nobili a- e di-scendenti spirituali, da Nietzsche a Carl Schmitt passando per Pareto, le guerre di citazioni andrebbero condotte citando le fonti. Ecco la definizione weberiana di stato, riportata in tutti i manuali: “Staat ist diejenige menschliche Gemeinschaft, welche innerhalb eines bestimmten Gebietes – dies: das »Gebiet«, gehört zum Merkmal – das Monopol legitimer physischer Gewaltsamkeit für sich (mit Erfolg) beansprucht […] Der Staat ist, ebenso wie die ihm geschichtlich vorausgehenden politischen Verbände, ein auf das Mittel der legitimen (das heißt: als legitim angesehenen) Gewaltsamkeit gestütztes Herrschaftsverhältnis von Menschen über Menschen.” (Max Weber, “Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriß der verstehenden Soziologie”, Studienausgabe, 5. Auflage, Tübingen 1980, p. 822).

          Come vedi, fuori dal riferimento al territorio (inessenziale ai fini del mio ragionamento), la mia definizione era pienamente corretta.

          • Mario Giambelli ha detto:

            Ed ecco il pensiero weberiano illustrato da chi (http://www.uniurb.it/it/cdocs/CVPROF/cv-docente_100133.pdf ) conosce la materia un tantino meglio di noi: https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#q=Diritto%2C+giustizia+e+logiche+del+dominio (cliccare su “Diritto, giustizia e logiche del dominio books.google.it/books?isbn=8860740932 Antonio De Simone, Bruno Accarino – 2007 – ‎Social Science”, pag. 71 e seg.; sul tema specifico “diritto razionale-formale e stato moderno” si veda a pag. 123 e seg. e, in particolare, a pag. 125).
            Come vedi, la “tua” definizione (“terrorismo coagulatosi a livello istituzionale”; “organizzazione che esercita il monopolio della violenza organizzata”) non compare. E’ invece riportata la definizione e si trovano ampiamente sviluppati i concetti sintetizzati nel mio precedente commento.
            Concordo però sul fatto che la differenza tra i nostri “punti di vista” è netta:
            – io sono un “ingenuo” intellettualino medio che crede nelle “fantasie” democratiche e ireniste “veicolate” da ciò che tu chiami “propaganda di regime” (e che io invece conosco come Costituzione della Repubblica italiana);
            – tu invece ti proponi come un “astuto” apologeta del nazionalsocialismo (http://www.appelloalpopolo.it/?p=14668#comment-559452 ) che crede nelle “tinte unite” (suppongo rigorosamente nere), antidemocratiche e belliciste (aggiungerei anche barbare e razziste), “veicolate” dalla folle propaganda di un regime che, strumentalizzando l’idiozia del superuomo scaturita dalla mente malata di un filosofo del nulla, condusse l’umanità al più grande conflitto armato della sua storia, costato sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri, ed un totale di 55 milioni di morti;
            – tu ti concentri su ciò che conta meno del due di picche con briscola cuori, ovvero su una tua personalissima ed eccentrica spiegazione socio-politica di un fenomeno giuridico (lo Stato);
            – io mi concentro sul fenomeno giuridico, dal quale (e soltanto dal quale) dipendono le nostre vite.
            Ognuno, d’altra parte, impiega il proprio tempo come crede.

  10. Vittorio ha detto:

    Dobbiamo uscire dall’UE e dalla NATO per non farci coinvolgere in alcuna guerra targata USA. Dobbiamo cioè fare esattamente l’opposto di quello che ci spingono a fare con il terrorismo.

    • stefano.dandrea ha detto:

      Esatto.

    • Durga ha detto:

      Giusto uscire dalla UE e dalla NATO e non farci coinvolgere in guerre USA. Pero’ poi non e’ detto che non potremo essere coinvolti in qualche guerra; quelle difensive sono giuste, anzi, inevitabili.

    • Lorenzo ha detto:

      Bene uscire dalla UE e dalla NATO, avendo presente che poi la guerra la dovremo fare, se e quando sarà il caso, per conto nostro. Al momento operiamo all’interno del nesso eterno protezione in cambio di soggezione. Se ci si vuole affrancare dalla soggezione bisogna sapersi proteggere (e la protezione è sintesi inscindibile di attacco e difesa) in proprio.

  11. Max Bonelli ha detto:

    Il commento di Vittorio e´ quello migliore, semplice ed essenziale, l´origine dei nostri problemi la permanenza in quel serraglio americano che si chiama Nato.
    Aggiungo che la vulgata che l´ISIS sia un movimento nazionalista arabo va bene per i suicidi creduloni che si immolano sull´altare creato ad arte da Cia e Mossad…basta seguire le triangolazioni di denaro armi di pregio per capire i mandanti dell´ISIS ed oggi Putin lo ha detto in maniera neanche tanto velata

  12. stefano.dandrea ha detto:

    L’IS è antinazionalista e lo dichiara espressamente. Vuole distruggere i confini fissati dalle potenze coloniali nel 1821 e ricostituire un unico stato islamico.
    Putin ha detto chiaramente che l’IS è finanziato da “PERSONE FISICHE” provenienti da 40 stati inclusi alcuni del g20: sudanesi, sauditi, tailandesi, siriani iracheni,malesiani,algerini, ecc.ecc. nonché da decine dimigliaia di moschee vicine al salafismo internazionalista. In Iraq l’IS (allora ISI) ha distrutto Ansar Al Sunna, formazione salafita nazionalista e in Siria si scontra con Jaysh alislam, formazione tutta composta di siriani salafiti nazionalisti.
    Putin ha smentito la balla complottista secondo la quale l’IS sarebbe finanziato da Stati.

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