Egoismo

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  1. stefano.dandrea ha detto:

    Molto bello. Anche se a me è sempre sfuggito il valore dell'Unico. Credo che non possa trattarsi di un insegnamento morale – di un valore, oggettivo e assoluto – bensì del suggerimento di una strada da sperimentare. Le mie passioni (gli scacchi, De Andre', la politica, il nuoto, la montagna) erano le passioni di mio padre. Dietro il collo ho sempre portato la sua coscienza, il suo giudizio, nel bene e nel male; quando litigavamo tutti i giorni e quando lo lodavo parlando con amici e conoscenti (spesso le due azioni erano contemporanee). Dei tre amici che verranno al battesimo di mio figlio due giocavano con me nella villa quando frequentavo l'asilo. E nonostante tutto mi spingesse ad allontanarmi dalla mia terra e dalla mia città, continuo a frequentarla e a lavorarci anche se la famiglia risiede altrove. Io sono anche la mia famiglia di origine, la mia terra e i miei amici. Io come unico non esisto. Non sono mai esistito.

    Quanto alla passione politica, la mia opinione è che essa è una passione come le altre che si possono avere. Alcuni dedicano gran parte della propria vita ad una squadra di calcio, o al gioco delle carte, o ad allenare il proprio corpo. E magari sacrificano tutto il resto – famiglia, lavoro, anima, patrimonio – per coltivare quella passione. Le idee politiche, se non si collocano ad un grado più alto, non si collocano in un grado più basso. Perciò l'opinione di Stirner mi sembra, appunto, un'opinione personale, degna come tutte le altre – una scelta – non l'espressione di un valore oggettivo.

    Infine, gli episodi che narri dimostrano come il fascismo non avesse in sé assolutamente nulla dell'antisemitismo (e ciò è confermato dalle opinioni espresse più volte da Mussolini). Le persone di cui parli erano grandi ingegni, almeno economici. Ma sorte analoga toccò a importanti pensatori, come il filosofo del diritto Giorgio Del Vecchio (si salvò; ma perse la cattedra prima perché ebreo e poi perché era stato fascista) . La loro passione fu autentica come quella di tanti comunisti, che finirono processati dal comunismo sovietico. Né gli uni né gli altri furono ingenui. Oltre ai desideri naturali e necessari, a quelli naturali e non necessari e a quelli nati da una vana opinione, forse vi sono quelli nati da profonda convinzione, che segnano il destino di una vita. Qualche volta va bene. Altre volte va male. Alcune volte doveva andare come è andata. Altre volte è stata fortuna o sfortuna.

    Probabilmente è più facile che un comunista sia tradito dai comunisti o un fascista dai fascisti che un anarchico dagli anarchici. Ma questa non è una ragione per essere anarchico, anziché comunista o fascista. Tutto dipende da ciò in cui si crede. Da ciò a cui si dà valore.

  2. Tonguessy ha detto:

    Caro Stefano,

    ancora una volta cogli nel segno.

    La mia intenzione è offrire quadri dalla interpretazione mutipla. Meglio due domande di una risposta. Non è che da questo punto di vista il fascismo sia stato peggio del comunismo dei processi stalinisti che decapitarono i vertici dell'Armata Rossa. Gli episodi che ho citato sono semplicemente piu' vicini a noi, quindi piu' comprensibili, mi auguro.

    Sull'ingenuità avrei dei seri dubbi. O sai annusare l'aria che tira, come un autentico cinico (cane) oppure continui ad affidarti alle sovrastrutture mentali che ti obbligano a percorrere la strada fino in fondo.

    Personalmente sono molto cinico, nichilista ed egoista. Tutti termini che la cultura imperante disprezza. E non è questione di fortuna o sfortuna, che dipendono dalle circostanze. E' questione di egoismo, ovvero sapere onorare il Sè.

     

    Essere ebrei e ricchi nell'Italia anteguerra poteva significare avere l'opportunità di emigrare e rifarsi una vita (molti lo fecero). Oppure poteva significare non annusare l'aria che tirava e continuare a vivere come se non fosse successo niente, rimettendoci soldi, fama ed affetti.  E continuando (come nei due casi citati) a sostenere quel regime che li stava condannando a morte. Qui ha ragione Cipolla.

    Seneca  aveva sempre sostenuto Nerone anche quando questi uccise sua madre, ma quando arrivò l'ordine imperiale di suicidarsi lo fece senza indugio, scrupolosamente. Almeno lui non si lasciò tradire da false aspettative e affrontò con convinzione il suicidio per dissanguamento. Per quello che cambia….

     

    Sul rapporto tra Unico e radici, credo che la questione non sia stata sollevata da Stirner (nè da Epicuro, per quanto è dato sapere). Le radici sono ciò che sostentano l'albero. Noi umani siamo un po' alberi, e senza radici vaghiamo come fantasmi nella nebbia. Le tue radici, le radici di chiunque donano forza e significato. L'Unico trae la propria egoistica consapevolezza anche dalle radici. La nostra esistenza, lungi dall'essere lineare, ha inizio in un improbabile punto  e finisce (attraverso un percorso altamente improbabile)  in un altro improbabile punto. Ecco, le radici rendono tutto questo meno improbabile e un po' piu' deterministico. Per quello che vale, s'intende. 

     

     

    Infine i desideri nati da profonda convinzione vanno pesati nella bilancia della Storia. Questa è l'unica inossidabile scure che sa recidere le cose che possono cambiare il baricentro da quelle che non lo cambieranno mai. Si tratta di scremare le intenzioni dai risultati.

  3. stefano.dandrea ha detto:

    La tua risposta è bellissima e complessivamente il mio e il tuo commento hanno piuttosto sollevato due domande che dato una risposta, anche se sullo sfondo forse appaiono due diverse risposte personali: due caratteri (ma primo o poi ti verrò a trovare per scoprire quanto sono diversi!).

    Mi soffermo soltanto sull'ultimo punto, non per una negazione, bensì per una precisazione, che in certo senso è un rilancio: "Infine i desideri nati da profonda convinzione vanno pesati nella bilancia della Storia. Questa è l'unica inossidabile scure che sa recidere le cose che possono cambiare il baricentro da quelle che non lo cambieranno mai. Si tratta di scremare le intenzioni dai risultati". Mi sembra che insieme al Che partirono per Cuba circa ottanta compagni e che poco più di una decina giunse viva fino alla vittoria della rivoluzione. I cinici furono coloro che restarono in vita? O fu il caso, in certo senso, a decidere se dovevano restare vivi loro o i compagni che invece morirono? Non c'è il rischio di concludere che i cinici furono coloro che restarono a casa?

  4. Tonguessy ha detto:

    Il Che ed i suoi compagni fecero quello che avevano in mente. E ci riuscirono. Questo dice la Storia. Stirner andò in prigione per debiti, ma il suo capolavoro rimane scolpito nella Storia della Filosofia. Proprio come era (egoisticamente) giusto che fosse.

    Di quale Caso e di quale Cinismo stai parlando?:)

  5. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Tonguessy,

    la parola cinismo è davvero scivolosa, come le parole nichilismo ed egoismo. Forse perché designano fenomeni osservabili da due lati contrapposti. O forse perché designano due fenomeni opposti (come il termine "sorte", che designa fortuna e sfortuna). Anche Tino di Cicco è un sostenitore del valore positivo del nichilismo. Perché non scrivi un articolo didascalico relativo al valore positivo del cinismo (non relativo ai cinici, bensì all'universale valore positivo del cinismo)? Chiederò a Tino di scriverne uno didascalico sul valore positivo del nichilismo.

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