La riforma del gattopardo

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  1. Tonguessy ha detto:

    Ogni sistema che funziona bene ha come base il meccanismo di feedback. E' quel particolare del sistema che permette la circolarità delle critiche. I sistemi sono o verticali oppure circolari. La differenza sta proprio nel feedback.
    Il sistema universitario purtroppo non è mai stato dotato di quel meccanismo. Dov'è il gran jury che decide se un professore è meritevole oppure se è solo un collo di bottiglia sistemico?
    Ci si è da sempre affidati al buon senso, alle politiche da corridoio ma questi sistemi non sono affidabili, funzionano solo per buona volontà di qualche persona. Nei grandi numeri sono fallimentari, come dimostra lo stato attuale.
    Ci vuole qualcosa di diverso, e adesso "finalmente" è arrivato: la centralizzazione decisionale. Megarettori e amministratori delegati  per organizzare secondo i già collaudati metodi imprenditoriali (schema Ponzi) le risorse che una volta erano (poco) collettive e che sono destinate a diventare sempre più privatistiche (università=fondazioni).
    Ormai la frittata è fatta e trova la ragione della propria esistenza nei modelli culturali in atto: tutto diventa sempre più virtuale, anche la cultura che una volta era sinonimo di fatica e sacrificio e oggi si è tramutata in cultura brevis, rough 'n ready, formazione pilotata, bignamismo accademico.
    Complimenti!

  2. stefano.dandrea ha detto:

    L'articolo di Alessandro Dal Lago mi sembra ottimo, come il commento di Tanguessy.

    Complessivamente sono toccati molti temi e vi è un atteggiamento sincero e intelligente, che non fa sconti ad alcuno schieramento politico. La materia merita più che un semplice commento e richiede che le idee siano organizzate in un discorso coerente, che siano organiche, appunto. Mi limito, perciò, a un appunto relativo ad un profilo: la funzione dell'Università.

     

     L'attuale struttura organizzativa, così come quella progettata dalla Gelmini, non hanno nulla a che fare con la funzione che l'Università ha svolto per due secoli. Quell' "idea classica di università" è "oggi visibilmente al tramonto", scrive Dal Lago. E non credo che sia possibile dargli torto. I fatti sono fatti. "La frittata è fatta", chiosa Tanguessy.

    Se da qualche parte sventolasse una bandiera, dietro la quale si muovessero i giovani italiani più coraggiosi, se esistesse un luogo di elaborazione di una teoria volta all'azione,  varrebbe la pena di schierarsi e di fare della idea classica di università, con gli immensi corollari che comporta, uno dei principali obiettivi politici. Ma quella forza non esiste. Non esistono bande; né eserciti di liberazione; né elite politiche capaci di suscitare entusiasmo, né guerrieri o monaci che vengano creduti dotati di poteri magici, né gruppi di resistenza, magari passiva, e che tuttavia abbiano dato testimonianza di capacità di sacrificio. Non esiste nulla.

    Perciò non c'è niente da fare: l'obiettivo è chiaro, sebbene appaia irrealizzabile. Si deve creare o tentare di creare ciò che non esiste. In sostanza è necessario riuscire a dividerci: gli uni di là e gli altri di qua, per quanto minoritari, ma di qua. Creare questa divisione significa creare un'altra parte. Una parte diversa dall'unica parte esistente. Questa parte, come è scritto nel manifesto, deve credere che la scuola e l'università servano a formare l'uomo, non l'uomo moderno.; che non debbano fornire nozioni utili a svolgere un lavoro; e che un uomo è più uomo se è educato alla "fatica e al sacrificio", salva la sua assoluta libertà di scegliere.

    L'idea classica dell'Università è grandiosa e sta ancora lì davanti a noi. Manca uno schieramento di uomini che si organizzi (anche) per realizzarla di nuovo.

     

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