Contro "il manifesto della rivolta in Spagna": Rivoltosi spagnoli, rivoltatevi contro voi stessi!

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  1. Andrea.Mensa ha detto:

    straquoto, Stefano, questo post.

    nell'analisi di come si sia giunti a formulare un'insieme di stupidaggini del genere, hai solo dimenticato di porre l'accento sulla irresponsabilità delle persone a cui quel manifesto si rivolge.

    se prima di chiedere, si fossero guardati un attimo allo specchio, domandandosi perchè, oggi, si trovano a dover chiedere, dove risiede la responsabilità di avere QUEI politici, QUEGLI industriali e QUEI banchieri, si domandassero a cosa hanno rinunciato per permettere che ciò avvenisse, e formulassero anche una proposta affinchè non si ripata esattamente la srtessa storia, allora avrebbero fatto qualcosa di utile.

    il cadere in una trance collettiva, fatta di piccole cose a cui ormai siamo ancorati, di rinuncia al capire, al controllare, ad esprimersi, finchè non si capisce come ci si è entrati e soprattutto come uscirne, saranno solo stupide "lista della spesa".

    poi occorrerà chiarirsi anche a cosa si è disposti a rinunciare, per cambiare qualcosa….. magari al tempo speso come zombies davanti al televisore a rimbambirsi di stupidaggini, magari a qualche telefonino di ultimissima generazione, magari a qualch eabito firmato, o a cosa ?

    se un individuo può cambiare qualcosa, questo qualcosa è innanzitutto se stesso, e solo il cambiamento della propria testa, può portare ad un cambiamento collettivo.

    a meno ch esi decida di spaccarle le teste vuote. "vaste programme" direbbe di nuovo De Gaulle.

  2. Luciano Fuschini ha detto:

    Come sempre Stefano D'Andrea scava in profondità e coglie nel segno. La vacuità di questi testi è desolante. Dico "questi testi" perché anche i programmi di Cinquestelle non vanno oltre la denuncia della corruzione e lo sviluppo sostenibile. Sono i limiti del movimentismo senza quella guida che Gramsci chiamava "l'intellettuale collettivo". Però nella palude immobile e mefitica in cui viviamo in Europa, ben vengano anche questi sassolini nello stagno. Qualcosa possono produrre o almeno mettere in moto delle dinamiche.  

  3. stefano.dandrea ha detto:

    Luciano,

    concordo che ben vengano questi sassolini. Se la crisi si farà dura, credo che saranno qualche cosa di più serio di semplici sassolini. Mi dispiace, però, che dietro non ci siano idee. Per distruggere possono bastare la rabbia o l'odio o la fame. Una rivoluzione è sempre portatrice di un principio o di alcuni principi. Perciò si tratta di una rivolta e non di una rivoluzione. Tra gli esiti paradossali di una rivolta prolungata di questo tipo, in situazione più critica di quella attuale ma che comunque potrebbe verificarsi a breve, c'è il vuoto politico e la naturale, logica e sacrosanta (in caso di vuoto politico) presa del potere da parte dell'esercito. Mani pulite ha avuto esiti opposti a quelli che si prefiggevano i contestatori di Craxi, i videodipendenti e i pubblici ministeri. E' un esempio che dobbiamo sempre avere presente quando valutiamo rivolte o abbittimenti della classe politica con gli strumenti moderni (stampa e pubblici ministeri).

    Comunque, può darsi che le idee vengano fuori con il tempo. Sarebbe la conferma della teoria che le idee nascono dalle azioni. Speriamo bene.

  4. Eugenio Orso ha detto:

    Non so se esser contro il Manifesto degli Indignados, nonostante le critiche condivisibili che ha espresso D’Andrea.
    Non lo sono neppure nei confronti del Movimento 5 stelle, che mi pare inefficace.
    Il problema è che la perdita della dimensione sociale e politica che oggi si sconta, restando all’uomo soltanto quella privata, porta a risultati come questi, alle “sciocchezze” stigmatizzate nell’analisi, alla beata ingenuità [se di questo veramente si tratta] che affiora nei programmi.
    L’impotenza politica diffusa e la difficoltà sempre più evidente di “leggere” ed interpretare correttamente gli enormi problemi sociali dell’epoca, costituiscono la miglior prova della perdita di “senso del politico e sociale collettivo nella vita associata” [si passi l’espressione], che oggi ci pare irrimediabile.
    Se ho ben compreso, i riferimenti ad espressioni come Progresso e Sviluppo renderebbero il manifesto in questione sostanzialmente interno al sistema, e agli immaginari liberaldemocratico-capitalistici.
    C’è però un riferimento alla democrazia partecipativa, per quanto si tratti principalmente di uno slogan non corrispondente a precise istituzioni, che spinge fuori della liberaldemocrazia truffaldina degli Zapatero [e dei Berlusconi in Italia].
    C’è una richiesta di “giustizialismo sociale” e di eguaglianza, che nascono da situazioni concrete di crisi strutturale e dall’applicazione dello shock per far passare le controriforme [la cosiddetta shock economy di Naomi Klein] che hanno funestato molte società occidentali, penalizzando la Spagna dello sboom economico seguito alle vacche [apparentemente] grasse alimentate dal crescere della bolla immobiliare.
    Certo, non c’è la consapevolezza desiderata e sperata da D’Andrea [e per la verità anche dal sottoscritto] che dovrebbe caratterizzare un movimento realmente antagonista e trasformativo, ma l’indignazione è un piccolo segnale positivo, rispetto alla passività sconcertante che da anni registriamo, in particolare nelle ultime generazioni [specialmente in Italia].
    Del resto, per quanto riguarda la condizione giovanile, la Spagna è il paese dei giovani NEET almeno quanto lo è l’Italia, in loco ribattezzati generación ni estudia, ni trabaja, e il nascere dell’indignazione, per quanto in forme ingenue, è comunque un passo in avanti rispetto alla più completa passività.
    Se manca completamente o si riduce la capacità di indignarsi, che equivale a quello che è il bene più prezioso dell’uomo libero, cioè la propria capacità di critica e di giudizio, il “ritorno all’ovile” prima o poi è inevitabile, e quindi diventa possibile la supina e definitiva adesione ai riti elettoralistici liberaldemocratici, da un lato, e l’assorbimento progressivo negli immaginari sistemici dall’altro lato.
    Perciò, tralasciando per un momento l’ingenuità programmatica degli Indignados, e le giuste critiche mosse da D’Andrea al loro manifesto, mi concentro su quelli che probabilmente sono i principali elementi costituivi di questo movimento, elencandoli di seguito in ordine d’importanza:
    a)     L’indignazione come base della critica sociale e politica [e ciò è indubbiamente positivo, per quanto scritto in precedenza], nonostante l’ingenuità e la confusione che può manifestarsi nei programmi e nelle dichiarazioni.
    b)    La relazione diretta fra la protesta in atto e le reali condizioni di vita della popolazione, che riporta lo scontro sul terreno più importante, il quale è e rimane quello sociale.
    c)     La richiesta di “democrazia partecipativa” in contrapposto alla democrazia liberale rappresentativa che costituisce il miglior compendio, sul piano politico, del liberalcapitalismo ultimo, ben sapendo, però, che la “democrazia partecipativa” è ancora uno slogan e non assume chiare forme istituzionali.
    d)    L’ispirazione tratta dalle rivolte nei paesi arabi [vedi la “rivoluzione dei gelsomini” e la rete egiziana “we are all Khaled Said”], a dimostrazione che un concreto antagonismo può nascere nella periferia del “sistema-mondo” economicizzato [o economia-mondo, secondo la definizione di Immanuel Wallerstein] e non al centro.
     
    Per ora mi fermo qui
     
     
    Saluti
     
    Eugenio Orso
     

  5. gg1 ha detto:

     
    La pura protesta è un'arte. E' l'arte del contraddire, è la capacità di dire qualcosa contro la tesi di un nostro oppositore anche se questi non ha tesi.
     
    E' vero che il manifesto degli indignati non ha mordente, non ha ideologia, non ha idee e però lo considero importante. Il segnale che ormai il popolino è pronto a protestare anche se si propone una scoreggia.
     
    "Tre ore di protesta e potrete scorreggiare a vostro piacimento". Zac è fatta, tutti in piazza.
     
    Chi sarà in grado di fornire idee e contenuti avrà il più grande ed economico degli eserciti: il popolino.
     
    Credete a me che sono un protestante!

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